Francesco e i ruggenti anni sessanta

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Foto: Francesco Petagna, il primo da sinistra, abbraccia i suoi ragazzi immortalato in un momento di svago a Roma, piazza Navona, novembre 1965. (credits La Nuova Ferrara)

La prima domenica di campionato di “nonno” Petagna

Strano l’anno 1964, bisestile, carattere imprescindibile per ogni anno di svolta. Attraversando in sella alla sua bici Legnano grigio fumo il famigerato crusàr tra il corso martiri e la giovecca, Francesco non poteva non ascoltare nell’aria le note di Scegli me o il resto del mondo, cantata con la voce squillante da Betty Curtis, stella del Cantagiro, suonata a tutto volume dagli altoparlanti gracchianti di una radiolina super knips 64, accomodata sul davanzale di uno dei tanti palazzi signorili adagiati da tempo sul corso.

Chissà se il Presidentissimo abbia ascoltato questa canzone quando ha scelto proprio me tra tanti per allenare la sua creatura tanto amata, si disse tra sé, mentre pedalava spedito verso gli spogliatoi del Comunale per non arrivare tardi proprio quel giorno di settembre, il 13, per il debutto della sua nuova squadra nel campionato cadetto.

L’amara retrocessione dalla massima serie, soltanto l’anno prima, colse un po’ a sorpresa la piazza, ormai, come si diceva da queste parti sul listone “assèn fat la boca bòna!…“, veniva vissuta con grande senso di responsabilità da Francesco, lui dal carattere ormai temprato dalle vite vissute da calciatore di provincia e dalle sue origini friulane, già di per sé garanzia di fortezza, ma anche di temperanza.

E infatti le indagini meticolose di Paolo Mazza approfondirono proprio questo di lui, il carattere, la personalità, la capacità di guidare un gruppo di uomini, prima che calciatori (molti anche affermati, nomi di primo piano, di valore assoluto). Sono fortunato, amava ripetersi per mantenere sempre un basso profilo – ma lo credeva veramente! – di essere a Ferrara, per certi versi simile alla mia Trieste (anche senza il mare), città “isolata”, decentrata, popolata di persone un po’ venete, un po’ emiliane, un po’ anche friulane non sapeva dire, ancora da decifrare certo ma in fondo capaci di tanto affetto. Soprattutto se ti ci metti di buzzo buono, passo dopo passo, con umiltà, concretezza. Così voleva plasmare la “sua” nuova squadra e magari riportarla in alto.

Sapeva anche che il Presidentissimo non lo era a caso, avrebbe di certo interferito nel suo lavoro, nelle sue decisioni quotidiane, era una persona ingombrante col suo carisma. Lo sapevano tutti. Ma non mi importa! si disse brusco mentre sterzava la sua bici a destra un po’ all’ultimo, altrettanto bruscamente, per lasciare il corso Isonzo (e ironia della sorte, ne aveva fatti tanti di pic-nic sul letto asciutto di quel fiume nelle calde estati friulane, da bambino) per imboccare la via che porta allo stadio, dove l’attendevano tutti, pronti per iniziare l’avventura. Ce la farò! si ripeteva, e alzando lo sguardo leggeva il nome scalfito sul marmo bianco di quella strada cittadina – corso Piave – e con uno strano ghigno pensò, lo difenderò fino alla morte il “mio” Piave!

Quando apriva la porta dello stanzino del centro tecnico di via Copparo, alla fine dell’allenamento del giovedì, con la voce un po’ rotta dopo tutte quelle urla lanciate mentre con la coda dell’occhio sbirciava sempre cosa faceva, con chi parlava, il presidente, un cenno che tradisse se era contento. Alzava lo sguardo, il signor Petagna, anche quella domenica, negli spogliatoi. Un po’ burbero e un po’ gentile, il suo sguardo vedeva le sagome sapienti di Massei, di Bagnoli, Pasetti e Capello, già noti e acclamati dalla folla e temeva di non farcela. Ma era l’energia dei nuovi a spronarlo, delle nuove leve da far crescere, dei Reja, dei Pezzato.

Il saggio presidente già sapeva in cuor suo di averci azzeccato ancora una volta, con Francesco, e già gli voleva bene perché era convinto che sarebbe stato lì ancora tanto tempo, anni forse. Gli volevano bene anche i suoi ragazzi, mentre lottavano su tutti i palloni con quelli della Pro patria, lì in mezzo al campo rabberciato del Comunale, in quel pomeriggio di settembre stranamente caldo. La sua S.p.a.l. conquistò i primi tre punti di quel glorioso campionato proprio quasi al novantesimo, soffrendo, come nelle migliori tradizioni. La gente di Ferrara lo applaudì, il “curvone” sopra tutti.

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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