Like a rolling stone

Foto: immagine di repertorio della Curva Ovest ripresa dal terreno di gioco in occasione del quarantennale del tifo organizzato 1974 – 2014

“Le migliori serate, la Spal, gli amici e quelle gradinate”, così nasce un grande amore

Like A Rolling Stone, Bob Dylan, 1965, Highway 61 revisited

Il loro tavolo era sempre lo stesso, erano tutti e tre abitudinari nonostante le apparenze. A Lùzi piacevano quelle mensole d’ebano scuro appese alla parete, all’angolo della stanza, stracolme di bottiglie preziose più per i ricordi che custodivano che per il vero valore del vino, più per le discussioni alle quali avevano assistito da spettatrici discrete, al di sotto del dito di polvere che li ricopriva. Tanto nessuno di loro era allergico, anzi, ogni volta che i tre si ritrovavano nell’amata trattoria al cinquanta di via Darsena, quasi litigavano per decidere chi di loro si sarebbe seduto all’angolo, al posto d’onore. Mario, il proprietario, infastidito dal chiasso, forse già un po’ inebriati dai calici di rosso bevuti al bar, usciva sempre dalla sua cucina e li riprendeva davanti a tutti.”Elòra! – esordiva aprendo la porta girevole – iv’ finì ad discùtar?! siv’bèla imbariàg?” e quando i tre decidevano finalmente di sedersi, rientrava con le mani nei capelli, rassegnato, si girava sbirciando dall’oblò e sospirava “puvrèt mi, ié più scalzinà di mié tri scalìn“.

Una serata d’autunno del 1973, forse la migliore delle serate, Luciano, Giorgio e Silvio si videro un secondo prima in coda al cancello di ferro battuto a fianco delle biglietterie centrali, uscendo dal Comunale dopo la partita, e in un batter d’occhio si ritrovarono seduti a quel tavolo, tra cappelletti in brodo e salamina – il “solito” – e decisero che era arrivato il momento. Da anni ormai andavano tutti alla Spal, la seguivano in auto nelle trasferte più abbordabili, anche perché l’auto ce l’aveva solo Giorgio, una scassata Citroen GS Birotor color grigio topo dagli interni sbiaditi dal tempo, immancabilmente li lasciava a piedi ogni volta che partivano in ritardo, sembrava fatto apposta (e succedeva spesso!). Facciamo un clùb! urlarono improvvisamente sbattendo il pugno sul tavolo. E come lo chiamiamo? si chiese un po’ preoccupato Silvio, trangugiando d’un fiato il calicino. Zaganèl! riprese in tono solenne Giorgio, da sempre appassionato scrittore di commedie dialettali, ricordandosi del suo personaggio preferito, il contadinello tanto grezzo quanto scaltro, sempre pronto a dire ciò che pensa, amante della buona cucina e appassionato della vita.

La scintilla illuminò d’un tratto le menti e tutto fu più chiaro. La volontà indistruttibile dei tre amici posò la prima pietra, la pietra miliare, proprio lì a quel tavolo, all’angolo della sala. Iniziò così da quella sera a rotolare, nonostante avesse tanti spigoli, anche ruvidi, taglienti. Club Zaganél prese le loro tre voci fuori dal coro e le amplificò ovunque nell’aria e non solo in città, raggiunse ben presto chiunque si sentiva dentro di sè libero di pensarla a proprio modo, di denunciare ciò che non andava bene, senza paura delle conseguenze. Si distinsero proprio per il loro esempio di giovialità e per lo spirito goliardico che mettevano al di sopra di tutto, anche delle rivalità sportive. Finirono ben presto per riunire tifosi e colori diversi, insieme per testimoniare gli ideali pacifici dello sport, a Ferrara e in tutti gli altri stadi dove riuscivano sempre a portare migliaia di appassionati ogni domenica.

Chiunque capitasse da quelle parti, chiunque avesse cari quei colori e condiviso quello spirito indomito, una volta lanciato lo sguardo verso la Curva Ovest, avrebbe notato sopra la folla uno striscione scritto di rosso fuoco e impresso nella memoria di tutti con la stessa forza di quanto era piantato nelle travi del tetto, le righine azzurre e bianche ai lati in orizzontale e per tutta la sua lunghezza. Tutti loro, ragazzi ormai diventati uomini, i capelli striati di bianco, sempre lì, con la loro presenza rassicurante, nel corso degli anni presero quella pietra e la curarono come una figlia, le insegnarono a rotolare non importava verso quale direzione, in discesa o in salita, quale fortuna, avversa per lo più, senza mai fermarsi. E lì rimarranno sempre, tutti e tre sui primi gradini accanto alla passerella al di sopra del corridoio, salendo dallo scalone un tempo scoperto, vicino alla ringhiera.

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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