
The Who – Who are you – Who are you, 1978.
La prima volta che l’ho incontrato, sapevo solo che era uno dei ragazzi della Spal, ma non avrei saputo dargli un nome… era per forza uno di quelli che avevo sentito nominare ripetutamente e che dalla curva avevo di certo visto parecchie volte, uno di quegli omini lontani a righe biancoazzurre, con faccia e numero per me ancora indistinti. È uno dei privilegi dell’occasionale: il diritto all’ignoranza.
Nel pomeriggio c’era stata una partita epica al Mazza, forse un pareggio con uno squadrone, forse con la Juve, non ricordo esattamente, così eravamo rimasti fuori a farci qualche birra e dopo cena tutta la squadra si era riunita a festeggiare l’impresa in un locale a pochi metri di distanza, affacciato su uno dei bei vicoli bui del centro.
Alcuni giocatori uscivano a turno dal locale per fumarsi una paglia, farsi due chiacchiere e, all’occasione, impezzare al volo qualche gnocca di passaggio, attirando inevitabilmente i nostri sguardi incuriositi: chi sarà quello? Non si vede…troppo buio… e quello che ha accalappiato la bionda col bel culo in minigonna? Boh… beato lui!
Quando abbiamo sbaraccato e ci siamo avviati verso casa, siamo passati proprio da lì, dove alcuni di loro stavano ancora nel buio ad ammirare il passeggio della fauna locale. Avvicinandomi ne ho notato uno, non era molto alto, spalle larghe, gambe ben piantate a terra. Arrivato nel punto più vicino a lui ho provato a riconoscerlo, la poca luce arancione delle vecchie lampade del vicolo ed il bagliore rosso della brace della paglia, che stava pippando proprio in quell’istante, accentuavano in modo curioso i suoi lineamenti, evidenziando zigomi larghi e schiacciando il naso, i capelli per l’umido erano cascati sulla fronte, abbassandola e lo sguardo era stanco e sospettoso, quasi incazzoso, tipo “ho visto che mi stai guardando… non verrai mica a rompermi i maroni che sono cotto…”.
È stato solo un attimo, non avevo intenzione di fermarmi a tampinarlo e ho tirato dritto cercando di capire… chi cazzo è questo, con questa faccia da… da cosa?… ecco, da pugile! Chi cazzo è questo con ‘sta faccia da pugile?
Mi aveva ricordato uno di quei pugili da film, di quelli che ne hanno prese e date tante negli anni passati sui ring di provincia e glielo vedi nel naso schiacciato, negli zigomi perennemente tumefatti, negli occhi guardinghi, sempre pronti a prevedere qualche colpo in arrivo. Uno di quelli che, dalle loro parti, tutti conoscono e rispettano, perché li hanno visti crescere e lo sanno che ci sanno fare, che sono cazzuti, ma per qualche motivo non sono ancora arrivati dove sognavano e meritavano. Finché un giorno, per magia, il sogno si realizza e salgono su quel ring pieno di luci e telecamere, in mezzo al boato del pubblico in delirio e alzano il pugno, sudati e sanguinanti, in segno di vittoria e di riscatto. Penso ad esempio al Micky Ward interpretato da Mark Walberg in “The fighter”, se non lo avete visto guardatevelo, bel film…
Solo in seguito ho capito che si trattava di Eros Schiavon e pian piano, sentendo i racconti su di lui e aggiungendo un pezzo dopo l’altro al puzzle del suo personaggio, fino all’intervista che ho avuto la fortuna di fargli, ho capito che è proprio così, che la luce del vicolo non mi aveva ingannato, che lui è veramente quel pugile che avevo visto, solo con gli scarpini al posto dei guantoni.
