
Foto: fotogramma della corsa inarrestabile di Giorgio Zamuner dopo il gol segnato al Bologna, 5 giugno 1994, semifinale playoff serie c, Youtube
Accidenti, scotta questo cappuccio! – Giorgio pensa per un attimo di lamentarsi con il barista ma poi si trattiene, sicuro l’avrà fatto apposta, e gli lancia un’occhiataccia delle sue, alla “ferrarese”, a metà tra l’arrabbiato e il sospettoso. Ormai lavora a Bologna da chissà quanti anni, ma c’è quel retrogusto che proprio non gli va giù dei bolognesi, così come al ristorante rinuncia alla mortadella, quasi per principio. A lui è sempre piaciuta di più la salama, quella che preparava sua madre poi. Sposato con la compagna di corso, bolognese, impiegato in uno studio legale tra Clavature e San Domenico, aveva vissuto anni all’ombra delle vie del centro che quasi si dimenticava la bellezza di sedersi su una panchina affacciata al sole, tanto lunghi erano quei portici. Be’ se devo passare in studio anche la settimana di ferragosto stavolta me lo concedo! E sia, si volta verso Massimo, il perfido barista attentatore della salute del suo labbro superiore, e gli chiede di stampargli un biglietto per il Dall’Ara, settore ospiti, per il derby di domenica.
Perché Giorgio aveva sempre rinunciato. Aveva lottato quello sì, ma l’aveva fatto sul campo, ogni giorno, silenzioso, con la sua sola presenza a volte, non aveva mai abbassato una volta lo sguardo, e di certo non passava inosservato con la sua stazza imponente che avvicinava il quintale – provateci voi a forza di tortellini, tagliatelle, crescentine e friggione della suocera. Tutti sapevano che era ferrarese, ma per qualche misterioso motivo negli ultimi anni si era risvegliato qualcosa, avevano ripreso a stuzzicarlo con le battutine, l’ironia velata (ma neanche troppo), gli sberleffi, sembravano tornati gli anni novanta, quando il Bologna decaduto era sceso così in basso da ritrovarsi proprio la Spal tra i piedi. Ma va là – eccolo che attacca da dietro la macchina stampa-biglietti, con quegli occhialini tondi che sembra proprio balanzone – ssa vuùt? cosa pensate di fare voi spallini, bòna lée! Gli uscì un misero che ne sai tu?! mentre raccolse il suo biglietto e uscì in una semi-deserta Indipendenza.
Attraversava la via Rizzoli verso il Pavaglione e ripensava con nostalgia alla sua città, solo per nascita ormai “sua” visto che Bologna l’aveva adottato a pieno titolo fin dagli anni dell’università e in effetti, mai pienamente. Era come se mantenesse sempre quell’aria da contadinetto, troppo superficiale per loro, nonostante si fosse ripulito con un lavoro di tutto rispetto, ben vestito eccetera. Ma non era questo. Non era nemmeno l’accento, con la pronuncia trascinata della elle, la esse, la zeta e chi più ne ha. Ebbene sì, pure così snob, i bolognesi erano provinciali come tutti gli altri, mentre con la mano ormai segnata dal manico della sua borsa blu avio – all’ultima moda tranne che per la stampa della curva ovest in basso – apriva la maniglia del portoncino ed entrava in anticamera. Ciao spallino, sei pronto per la razzolata di domenica?! lo accolse il capo adagiato sulla poltrona attraverso la porta aperta del suo studio. Si fermò un secondo davanti all’uscio e lanciò uno sguardo beffardo al poster appeso sopra il testone lucido del capo “il bologna che tremar il mondo fa” era scritto a caratteri dorati tra l’effige di Bulgarelli e quella di Pascutti. La mano sinistra in tasca sfiorava il suo biglietto e l’unico pensiero che affiorava in quel momento, e adesso chi lo dice a mia moglie!

Foto: Stadio Renato Dall’Ara visto dalla Curva San Luca (settore ospiti) durante il riscaldamento, Bologna-Spal, prima giornata di serie A, 19 agosto 2018.
Annusava l’aria come il più fido dei segugi, mentre risaliva a piedi la via di porta Saragozza. Quell’odore di salsiccia grigliata gli scatenava miliardi di ricordi, dalle scorribande con gli amici, di quando si sfidava la nebbia per andare a ballare e all’uscita una birra come il più classico dei companatici, per lei, la regina delle notti e delle trasferte, la piada salsiccia e peperoni. E la ritrovò proprio lì, sempre la stessa, all’imboccatura della viuzza verso i cancelli. Due luoghi si imparano subito di Bologna, la stazione centrale e via Estro Menabue. Lì c’era l’ape regina, perché in un minuto tutta la via si popolava a perdita d’occhio di maglie, di sciarpe, di elle, di esse trascinate; come un imbuto si raccoglievano i pullman come mezzi d’assalto, scaricavano sulla strada migliaia di anime festanti, lì a pochi passi il derby in serie A. E lui con loro. Uno di loro. Sembrava di essere tornato a casa, c’era solo l’arco del Meloncello da un lato.
Quanto sofferta è stata la birra all’intervallo! Aveva la gola in fiamme, il caldo si faceva sentire anche sui seggiolini e lui non aveva più il fisico, già da un po’. Poco prima dell’intervallo era sceso giù, così li anticipo pensava. Male. Almeno mezzora era rimasto in piedi schiacciato contro il vetro del bar, per quel cazzo di birra. Lì in quel breve ma interminabile intervallo, i corpi sudati appiccicati al suo, pensava a quanto era fortunato di pesare un quintale e di essere alto come il nonno, quasi uno e novanta, era quasi un isola con tutti i pesciolini attorno, da tutte le direzioni. La mente vagava.
Appena terminato di centellinare la sua birra, tornato al suo posto, vicino all’ingresso centrale in alto, guardava il campo attento ad ogni particolare, vedeva i suoi che sembravano giocare meglio e di più. Il Bologna non li faceva tremare poi così tanto, anzi. Bolide e pallone nel sette. Palo, rete. Un istante lunghissimo, la palla scagliata a tutta forza contro il palo finiva la sua corsa nella rete dall’altra parte, sembrava il pesce, all’amo del pescatore, strattonato fin dentro la rete, la traiettoria lasciava la sua scia e le nostre voci pronte ad esplodere, come i nostri cuori fermi ormai in apnea. Poi l’urlo. Le sue mani, tutte le mani che afferrano, abbracciano, vibrano colpi in aria. La marea umana si deforma, i contorni si sfumano, un brulicare di spermatozoi attivissimi. Due cromosomi nel dna, la battaglia e il coraggio, lo stellone nel cielo. Palo, fuori, basta così.

Foto: tutta la Spal saluta i tifosi al fischio finale, Bologna-Spal, 19 agosto 2018
Amarenata e bacio con nocciole intere. Due gusti in una coppetta da due euro, non te la vuoi concedere se passi davanti alla Cremeria Funivia? Ezzà… Scendeva l’estasi lungo la via Saragozza, il mare di uomini, di donne e di ragazzi, sul marciapiede destro il biscione dei pullman coi motori accessi, tutto attorno la notte bolognese (in tutti i sensi) spezzata solo dalle luci azzurre dei lampeggianti delle polizie di tutto il mondo, nemmeno fossero tutti gli evasi dalle carceri di massima sicurezza quelli ad attraversare la via, intenti a ridere, scherzare, esultare, mangiarsi un panino, bersi una birra. Aprì la portiera, Giorgio, sudato e stravolto, ma prima uno sguardo fugace sul finestrino scorgeva riflessa la sagoma di un volto, quasi irriconoscibile sulle prime, il suo volto, all’età di circa ventun’anni, pettinato a spazzola come andava di moda, sorrideva e strizzava l’occhio prima di salire in auto. Si voltò cercando di vedere in lontananza in direzione dei fari ormai spenti, ancora una volta, il tabellone luminoso. E chiuse gli occhi.
