Si gioca a proprio rischio

Adesso ci torno. In quel parchetto ombreggiato della val Pusteria a prendermi quel cartello. Quel giorno ero con le bimbe, c’erano ospiti e un temporale in arrivo. Ci vado di notte perché se gli altoatesini ti beccano sono strudel amari. Intanto, però, chiamo Aldo e gli chiedo se può dire alla ditta di precettare una squadra di operai per un ultimo lavoretto di un paio d’ore.
C’è una targa da mettere all’ingresso dello stadio. Meglio forse se posizionata sul corridoio, fronte spogliatoio ospiti.

Mi immagino il Pres. vestito da Dante Alighieri, che accoglie i malcapitati avversari ammonendoli con un “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”.. rigorosamente tradotto in endecasillabi ferraresi!

Ma mica per far paura eh? Figurati, non è nel nostro DNA e nemmeno il nostro stile.

Il cartello, i colori, la curva che echeggia e scende in campo, le facce dei nonni e dei bimbi sui gradoni, quella maglia che solo noi possiamo e sappiamo portare non sono altro che segnali di avvertimento per i forestieri.

Chi entra al Paolo Mazza, chi “va alla Spal” corre un grosso rischio.

Di innamorarsi.

Non importa da dove vieni, chi sei e che obiettivi hai. Una volta dentro non puoi più ignorarla. Puoi combatterla sul campo, sostenerla sugli spalti o raccontarla nelle cronache, resterà con te anche dopo.

La passione è fatta di dettagli e di sensazioni profondissime. Si attacca al cuore, a volte alle budella e ti fa veder le stelle o soffrire come un cane. E poi il difficile è tenerla viva, tra aspettative abitudini ed incomprensioni.

La passione è individuale e allo stesso tempo collettiva, quando la riconosci negli occhi degli altri e hai il bisogno di condividerla, su quel suolo antico e sacro dove ora sorge compiuta la nostra Cattedrale.

È tutto pronto e, allora, è giunto il tempo.

Faccio la domanda: chi corre il rischio?

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