Se mi illudo che male c’e?

Champions-League

A forza di vento dalla lanterna fino a Monaco o a Madrid

Fabrizio De Andrè, Khorakhané (A forza di essere vento), 1996, BMG Ricordi

Non è che mi immaginassi già a Monaco o a Madrid ad intonare “de ceempiooons” il mercoledì sera dopo quella notte magica, checché se ne dica – subito pronti ad esaltarsi o al contrario, a deprimersi al primo mutar di vento. Non è che mi uscisse l’orticaria a vedere la Spal tra le prime, nemmeno mi ha sfiorato un minuto l’idea di vederla spadroneggiare su tutti i campi della serie A. Nemmeno per un secondo ho pensato di aver abbandonato nostra sorella sventura, sempre lì nei passaggi mezzi pieni, più spesso quasi vuoti della storia spallina, solo perché la classifica parla di nove punti e siamo solo all’inizio. Mi son forse visto illudermi, che peccato ho commesso?

Ci siamo imbarcati tutti seguendo le nostre stelle, abbiamo stretto le vele e puntato il timone verso la luce della lanterna, con una maglia sgargiante di un arancio sfrontato perché sai di sera è meglio farsi vedere! Genova, quartiere Marassi, la destinazione del viaggio, e sembrava tutto perfetto per un’altra impresa, o forse soltanto per portare a casa qualche buon punto dopo la brutta caduta fatta di lividi ancora viola. Che male c’è nel credere in una meta raggiungibile e mettersi in viaggio?

E infatti il vento c’era, a folate scendeva dal ponente e si infilava insidioso tra le torri del Luigi Ferraris, raffreddava e dava allo stesso tempo un ché di imprevedibile alla serata. E a forza di vento qualcosa è successo. Troppo poco ardore, coraggio, malizia, decisione. Troppo poco. Le folate di vento hanno lasciato l’opera incompiuta, i capelli spettinati, la volontà quasi un inganno. E Zèna, la maledetta, come la chiamano i vecchi pescatori nelle viuzze del porto vecchio, ribelle e acre come la sua storia fatta di salsedine, si è scoperta ancora avara per chi è alla ricerca del proprio posto nel mondo. Nù ghe né, si diceva quando risalivano le reti senza pesce.

Ci siam spiati timorosi e incerti dalle fessure aperte dai colpi ben assestati dagli attaccanti della Doria e ci siamo rimessi in marcia, come il più folle popolo nomade, alla ricerca della terra promessa, la salvezza per il corpo vestito a righe sottili bianche e azzurre e anche per le nostre anime. Basterà cancellare sempre tutto? Tutto quello che si volge all’indietro e proiettarsi solo avanti, come una maledizione che ti costringe a dimenticare nell’istante stesso in cui l’attimo è trascorso. Quando la vita è sospesa fino al prossimo verdetto, fino alla domenica dopo o dal lunedì al giovedì, poco importa, succede sempre così, ogni singolo attimo va assaporato come merita.

Mi sento impreparato, lo confesso. Questo grande sipario mi spaventa e mi scopro a ripensare con nostalgia ai tempi di dimensioni ridotte, agli anni ruggenti e grossolani delle serie minori perché anche la mia dimensione era ridotta, i miei pensieri finivano lì, le preoccupazioni duravano poco, avevo vita breve, e sono ancora fermo lì, la mia mente è rimasta allacciata ai campetti delle periferie, alle magliette senza i nomi stampati, alle panchine corte, agli ampi spazi nei gradoni. E allora? Ci guardiamo ancora negli occhi e che male c’è? Se la mia squadra vince in serie A contro gli squadroni, che peccato ho commesso? Se domenica c’è l’inter e se la Spal vince?! Se tutto accadesse così, a forza di vento.

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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