
Domenica. Mi sveglio alle 7 meno qualcosa. Sarà per l’adrenalina che è già in circolo o per la forza di gravità che sta per farmi atterrare sul parquet. Io sono pacifico anche quando dormo, ma già in due, a volte, si rischiano gomitate da rosso diretto, figurati quando si aggiungono negli stessi centimetri lenzuolati prima una e poi la seconda figlia, affette entrambe dalla terribile sindrome del “sonno obliquo”. Mi auto espello dunque dal letto prima di rimetterci un anca e voilà son già in piedi carico a molla. Panini, birre, sciarpa, birre, doppia calza che farà freddo, birre, biglietto, mi raccomando birre…Sogno. Andre e Nino staranno recitando lo stesso copione in quel momento. Vai a Parma? Mi hanno chiesto praticamente tutti fino a ieri sera. No, io no. Devo studiare. A quarant’anni più uno. Praticamente come la quota salvezza. Tant’è. Mi sveglio per davvero, le tre occupatrici di letti si dividono tra compleanni nonni e colazioni in piazza mentre io affronto le mie dispense formative dopo aver conferito negli appositi cassonetti le solite 1,78 tonnellate di raccolta differenziata.
È già ora di pranzo e chiamo. “Papà, vai a vedere la partita?” Non aspettava altro. “Tu vai? Se vieni allora vengo anch’io.” In 35 secondi ci diamo appuntamento alle 14.40 davanti a casa sua. Mangio un boccone e stolkerizzo i ragazzi per avere notizie da Pavma. Che tengono un basso profilo, lasciandomi immaginare panini al culatello e cori non proprio ecclesiastici. Il due aste c’è. Mi mandano le prove.
Mio padre mi aspetta all’incrocio con dieci minuti di anticipo come da copione. Dove andiamo? Al bar dell’Ipercoop Le Mura, è il più vicino. Pronti via e mentre parcheggio papi mi segnala che ha preso posto in balaustra. Prima fila di seggioline davanti alla tv. Arrivo e ordiniamo subito un caffè. Fossimo stati in Curva Ovest sarebbe stata birra. Di fianco a me due amici sulla settantina sono già ai loro posti, salutano gli altri “ragazit” che stanno arrivando alla spicciolata non senza lanciare occhiate languide alla cameriera che gira per i tavoli. Arriva un occasionale con coppola e sciarpa di lana. È un po’ impacciato e ricurvo ma ha gli occhi vispi e allora gli si trova posto stringendoci un po’. Ci siamo. Partiti.
70 minuti della solita ineluttabile sofferenza poi si scatena il delirio. Valoti (chi? per molti era e sarà per sempre Paloschi e vabbè chissene) e siamo ancora vivi. Poi la zuccata del Petagnone e sento sedie dietro di me che franano e forse anche un coro addirittura al femminile (ma sono arrivate le mondine?). Mio papà: adesso vinciamo. Quando vaticina lui non c’è scampo. Come quella volta che da ragazzino disse senza alcuna ragione a me e ai miei amici in uscita serale il sabato sera – state attenti – e fu l’unica volta in cui ci pestarono in piazza senza motivo. “A vinzen” ribadisce mentre Momo Fares – M O M O F A R E S – fa partire un bolide che anziché finire in curva questa volta si insacca sotto l’incrocio dei pali. Perdo un momento la cognizione del tempo e dello spazio e quando torno lucido vedo gesti che neanche dopo una settimana nella piscina di Cocoon sarebbero possibili. Il nonno ricurvo occasionale è tornato miracolosamente dritto. I miei due vicini di sedia quasi limonano con una splendida sessantenne sbucata dalle retrovie. Mio papà si è praticamente arrampicato sul tavolino e continua ad esultare.
Triplice fischio e via subito a casa perché altrimenti si rischia il daspo al centro commerciale.
Scrivo ai ragazzi che dal Tardini mi mandano gli stessi fotogrammi.
Sono felice come un bambino e a quanto pare non sono il solo.
Spal alé… Non tifo per gli squadroni ma tifo te…