Cos’è il tuo Club per te?

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Google search. Pagina bianca. Il cursore appare e scompare, più volte. Le dita sulla tastiera, gli occhi puntati su quella linea intermittente. Minuti eterni. Riflesso involontario. Il dito indice si muove e clicca qualcosa, anche l’altro lo segue. Liverpool. Il suggeritore appare in un istante, liverpool barcelona è il primo suggerimento. Gilbert se ne frega dei suggerimenti e clicca invio. Con la coda dell’occhio vede se entra qualcuno nella specie di ufficio che si ritrova. Nessuno. Immancabile lo sbuffo misto di delusione e rabbia per quel buco fetido dopo oltre dieci anni di onorato servizio alla JJ Smith Machinery Limited e pensare che tutti gli amici, Jasper in testa, quando era stato assunto nella più grande azienda del Southdene, l’avevano festeggiato quasi come al quarto gol di Divock la sera prima. Well done Gibb! Era il suo nome di battaglia quando varcava il cancello di Anfield. Paisley Gate. The Kop.

Le tre del pomeriggio. Tanto si sapeva che il giorno dopo sarebbe durato un’eternità. Già da stamattina giù da Albert in Walton Breck sembravano ancora tutti in preda ai deliri post sbornia tanta ce n’era di adrenalina in circolo. Fuori le classiche nuvole nere. Poco più di dieci gradi. La stagione unica inglese durerà ancora qualche mese prima di rivedere qualche pallido raggio di sole. The Big Grey. Anche i capelli sbarazzini di Gibb stanno iniziando a scolorarsi soprattutto sulle tempie. Le tre e zero sei. L’orologio di Anfield Road segna per sempre quell’ora. Novantasei anime scouser sui gradoni di Leppings Lane, la piccola curva orientata ad ovest allo stadio di Sheffield, schiacciate sulle recinzioni non ritornarono più a casa sacrificate al macello dalla follia cieca della paura di coloro che avrebbero dovuto proteggere la loro sicurezza. Il 15 aprile 1989 Gilbert aveva compiuto appena dodici anni. Da allora convive con una profonda rabbia destinata a non abbandonarlo mai. Di notte si risveglia ancora con il trillo del telefono a muro della casa dove era nato a Woolton. La madre che lasciava cadere la cornetta dopo qualche secondo e si adagiava quasi svenuta sul pavimento con lo sguardo incredulo. Sapeva solo che il suo papà era uscito quel pomeriggio con lo zio Eddie e gli amici della fabbrica per vedere i Reds in semifinale di coppa sperando di vincere per giocarsela finalmente coi cugini di Goodison Park. E mi porti con te a Wembley se andiamo in finale? Daddy mi porti? Mi porti? Gli ripeteva la sera prima milioni di volte fino ad addormentarsi sulla sua spalla. Albert Johnston. Quarto dal basso. Hillsborough Memorial.

The socialism I believe in is everyone working for each other, everyone having a share of the rewards. It’s the way I see football, the way I see life. – Bill Shankly (Manager del club, 1959–1974)

Il labbro inferiore si stava gonfiando ancora, nonostante il ghiaccio concesso con il solito rimprovero bonario da Manny, al The Sandon Public da una vita ormai così come la cornice con la foto della squadra in posa con la coppa dalle grandi orecchie vinta l’anno prima ai rigori a Roma contro i padroni di casa giallorossi, piantata con due chiodi di ottone sul muro del bancone centrale sopra le spillatrici di nettare biondo. Dammi anche una Ripper eccoti gli spicci contali pure se vuoi. Ti sei rimesso nei guai Gibb?! Quando la metti apposto la tua testolina vuota eh?? Vuoi finire ancora in gabbia? Non ti è bastato? No, non mi basta! Gli urla contro stavolta sbattendo il boccale sul bancone di noce intagliato direttamente dall’ultimo albero rimasto su Oakfield Road prima di togliere tutto per far posto allo stadio o almeno così si raccontava in giro. Stavolta ti ci mando sul marciapiede dal buttafuori come l’altro giorno! Ma che ne sapeva lui di quanto era dura. Lavoretti malpagati qua e là. Il più delle volte si faceva cacciare lui perché dopo essere uscito dal riformatorio aveva preso a scolarsi ogni goccia di alcool che trovava in giro. I soldi non bastavano mai, sua madre stava sempre peggio nonostante le pillole dispensate a buon mercato dal consultorio di quartiere. Non entrava più in una chiesa dal funerale di sui padre né a St Peter’s né in nessun’altra. Ehi! – la vista gli si era già confusa oltre il vetro torbido dai residui di schiuma all’interno e oltre il bancone tutto si sfumava dannatamente – Posso sedermi a bere con te? Una voce rocciosa si alzava alla sua destra. Conoscevo tuo padre. Lo ammiravo. Mio padre lavorava con lui in fabbrica. Doveva andare coi ragazzi a Sheffield quel giorno ma poi benedetta quell’influenza che si è beccato con tutto il mio tossirgli addosso… Da bambino ero sempre ammalato e guardami adesso. Ho fatto anche i provini al ST. Helens sai? Mi volevano come flanker per la squadra di esordienti. Ma io non ci sono andato. Per me la palla è rotonda. Non poteva non starlo a sentire ma le sue gambe rimanevano lì inchiodate sullo sgabello. Puoi anche odiarmi se vuoi non m’importa anzi io lo farei di sicuro se fossi in te quindi vado al sodo. Mio padre finiva sempre nei guai al lavoro, non si curava delle regole e una volta rischiò di finire licenziato. Saremmo finiti a mendicare al Victorian. Albert lo prese dal bavero della tuta gli diede una scrollata e gli disse che avrebbe garantito lui per il suo posto. Lui non ci poteva credere. Perché lo stai facendo? Nessuno merita di buttar via così la propria vita, gli rispose con quella sua voce rauca e profonda. So che ce la farai! Se hai bisogno di aiuto chiamami e stasera ti porto con me ad Anfield dopo il turno. Sarà una serata storica vedrai. Tu hai bisogno di una famiglia in cui credere. You’ll never walk alone. Le sue ultime parole mentre si finiva d’un sorso quel che rimaneva della sua Carlsberg Pale Hale. Il labbro non lo sentiva più. Il polsino di Jasper Hope scese sull’avambraccio improvvisamente, una scritta premonitrice gli si leggeva chiara coi suoi bei caratteri tatuati di fresco sulla pelle un po’ rossiccia “All for the Spirit of Shankly”.

When you walk through a storm
Hold your head up high
And don’t be afraid of the dark

At the end of a storm
There’s a golden sky
And the sweet silver song of a lark

Walk on through the wind
Walk on through the rain
Though your dreams be tossed and blown

[…]

It’s almost like a life assurance. Se la ricorda ancora la sua risposta secca, essenziale, proprio come lui. Che cos’è per te il tuo Club? era la domanda. La facevano a tutti sia chiaro! Chiunque aspirasse ad entrare nel sindacato dei tifosi più potente di tutto il paese veniva intervistato da una “severa” commissione prima che il timbro rosso “accepted” brillasse sulla copertina del fascicolo sul tavolone vittoriano della stanza del colloquio. Gilbert la vedeva così. Per tutta la vita tu appartieni a lui e di rimando lui appartiene a te. E sei assicurato! Lui, il tuo club, ti appartiene, florido o in disgrazia che sia non importa, mentre tu – accidenti a lui – non apparterrai a nessun altro, a nessun’altra entità ultraterrena ti sentirai mai vincolato in modo così profondo. Ma non sei solo non temere, ci sarà sempre la “tua” gente lì accanto pronta a raccoglierti come un disperato ai margini della strada (e lui ne sapeva di certo più di tutti sull’argomento) e a portarti fino al paradiso solo andata, perché puoi starne certo! quando lo tocchi la prima volta con il suono della tua voce e del canto che la amplifica lì sui gradoni, no – scuoteva la testa e li fissava dritto negli occhi – non ritornerai più indietro. Rimasero tutti a bocca aperta, i sadici e terribili commissari. Jess era uno di loro ed era l’unico che lo guardava con l’aria compiaciuta, tanto lui lo sapeva fin dall’inizio come sarebbe andata. Well done Gibb! Gli disse l’indomani, ecco la tua tessera, voleva consegnargliela lui, ci teneva. Ah e congratulazioni per il diploma! L’aveva costretto ad iscriversi tre anni prima alle serali alla Liverpool Mechanics e con sua grande sorpresa Gilbert non mancò nemmeno quando sospesero le lezioni per il grande sciopero degli insegnanti l’anno prima. Stùdiati per bene il regolamento! mentre gli infilava nella tasca posteriore dei 501 sbiaditi il manualetto. Tanto quello che serve davvero non c’è scritto da nessuna parte tranne qui. La sua manona gli batteva sul petto. Ripreso per un momento l’opuscolo indugiava lo sguardo su quel che era scritto in grassetto. I nostri obiettivi costanti. Rappresentare al meglio gli interessi dei nostri membri e così facendo gli interessi di tutta la comunità dei sostenitori del club. Punto due. Chiunque possieda il Club non potrà mai sottrarsi al confronto e di fronte a noi dovrà render conto del proprio operato. Sfogliava rapidamente ma non poteva andare oltre quella frase in rosso scritta dopo il titolo Obiettivo finale: proprietà del Club da parte dei suoi tifosi. Proprietà collettiva. Lui l’aveva sempre detto! Lo arrotolò rapidamente con le mani e lo gettò gentilmente nel primo bidone della WDA. Sapeva già quanto sarebbe bastato. Continuò a passeggiare verso casa.

Walk on, walk on
With hope in your heart
And you’ll never walk alone
You’ll never walk alone
Walk on, walk on
With hope in your heart
And you’ll never walk alone
You’ll never walk alone
Composta da Oscar Hammerstein II / Richard Rodgers,
Musica di Gerry and The Pacemakers
1963 Columbia Graphophone Company

E aveva camminato eccome Gilbert, ne aveva percorse di miglia fino a quel martedì sette di maggio 2019 impresso per sempre nella memoria. Il loro inno ormai trasmesso in ogni forma possibile negli anni della rivoluzione digitale girava il mondo più e più volte nel giro di una notte. La loro notte. La Rivincita. Le tivvù trasmettevano la squadra vittoriosa e ancora incredula per l’impresa davanti a loro sul campo in un unico abbraccio con la sua gente divisa da loro soltanto da qualche steward e da qualche altra barriera fisica insignificante. Ad ogni nota i suoi pensieri ritornavano sempre lì, a suo padre lì con lui anche se non poteva vederlo, ai pugni presi e dati quando nessuno si curava di lui, alle righe un po’ storte incise con ferretto dell’accendino sulla parete umida della stanza di sorveglianza della stazione di ST Anne, una linea per tutte le notti passate lì a smaltire la sbornia e a sperare di non essere trattenuto. A Jasper Hope, il merito di aver riportato speranza nel suo cuore proprio come recitava un verso della canzone proprio in quel momento cantato a squarciagola proprio un secondo prima dell’urlo della Kop per raggiungere le note più alte. E prima di abbassare il tono fin quasi a confondersi coi rumori di fondo, sulle ultime parole, con la dolcezza nella voce come per farlo addormentare, con gli occhi ancora chiusi, il volto di Lizzy stremata e mai così felice mentre lo guardava, rideva e piangeva allo stesso tempo e lui in piedi lì impalato così goffo teneva in braccio per la prima volta il piccolo Albert già così somigliante al nonno, così tranquillo e sicuro di sè. Sei pronto ad iniziare il tuo cammino?

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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