Entro in casa come sempre con seicento cose in mano. Faccio in tempo ad appoggiare tre zaini due sporte una cassa d’acqua una molletta ed un cerchietto mentre intravedo la Fra e le bimbe sul divano semi incoscenti. Sembrano Tomovic Vicari e Igor che aspettano l’inzuccata di Caprari. Viro a sinistra e con un dribbling alla Franchezza carico in rapida sequenza due salme su tre e le deposito nei rispettivi letti. Rubo al volo un po’ di frutta secca e finisco il tè di non so chi mentre mi accascio al 98imo al centro del divano. Guardo la sciarpa caduta sul parquet dell’ingresso in posizione fetale e dico vaffanculo.

Dicono che non c’è più tempo. Sentiamo tutto il peso di quello che ci manca e che non abbiamo ancora raggiunto. Il gol, i tre punti, la quota salvezza; ma anche la telefonata al tipo stronzo che ci sta vendendo la casa, la scadenza di lavoro che rimandi da settimane, la giustificazione al pensiero stravolto per una moglie e mamma che troppo presto hai saputo non ci sarà più. È stato il nostro lunedì sera. E ora è un po’ più buio, e fa un po’ più freddo, così ci rannicchiamo dove possiamo, come quella sciarpa, per cercare conforto.
E lo trovo. Oltre il novantesimo. È stampato su quella sciarpa. È il DNA biancoazzurro, è una melodia che ti culla. È la reazione psicosociale a ciò che non puoi controllare, è l’istinto di sopravvivenza. In quello spazio-tempo tutto è possibile, anche una zuccata che ti manda per terra, ma non è mai finita. Alzi gli occhi umidi e la bocca impolverata e scopri che non sei mai solo.
E riprendi a combattere e a sognare. Insieme. Perché ne vale la pena.