Angèl Rùiz, l’angelo della Doce

Foto di Stu Forster, 2011, Getty Images

A guardar bene da dietro la tenda di lino di santa crùz sempre tirata a coprire tutta la finestra che dava a est, sulla Boca, il quartiere più indipendente di Buenos Aires, i raggi di sole ormai al tramonto rendevano le acque torbide del Riachuelo quasi magiche, scintillanti di sfumature sui toni del rosso e del viola. Angèl?! cachorrito! gridava dalla cucina la voce stridula dell’anziana signora che si prendeva cura di lui da quando oltre un anno fa’ – maledetta primavera del 1977 – i suoi genitori, entrambi, erano spariti senza lasciare traccia in quella stessa luce del tramonto, all’uscita dalla funzione del rosario alla vecchia Parroquia y colegio San Pedro, a due isolati da lì.

Che c’è abuèlita?! per lui era come una nonna. Sai che stasera vado a vedere la finale con il Deportivo di Cali per la Copa e non ho molto tempo. La Libertadores es màs! lo sai vero?! Ma ti ho preparato la carne asada in forno che ti piace tanto mangia! che sei dimagrito tanto, assomigli sempre più ad un tubo del puente Avvellaneda.

Due erano le cose che più di tutto lo rendevano così uguale a suo padre. Non sopportava le ingiustizie, non gli importava a quale prezzo, e la passione per il Clùb Atlético Boca Juniors. “Boca vive en el Pueblo” gli ripeteva sempre dòn Armando mentre si preparava per andare. El Ritùal Boquense si compieva da generazioni, con la massima precisione, negli stessi luoghi, con gli stessi gesti, lenti, composti, gli stessi vestiti da indossare. Se la partita era il rito lui e come lui migliaia lì nel quartiere erano i sacerdoti. Anche lui era lì ora, apriva il primo cassettone in alto al di sotto dello specchio, scricchiolava, il legno era vecchio, si bloccava sempre appena dopo aperto chissà perché forse per chiederti: sei proprio sicuro che lo vuoi aprire? La maglietta, la prima in alto, lavata e stirata di fresco, la sciarpa intrecciata a mano da sua madre mentre dondolava nella seggiola per far riposare il suo pancione e nel mangianastri sopra il comò suonava il disco di Carlitos Rìal con le note della Tarantella, la popolare canzone del 1966 cantata per il “jugador numero doce”, il dodicesimo uomo in campo. Faceva un certo effetto sopratutto quando partiva la prima strofa “se lamentaba un ángel: las estrellas estàn locas porque bajan del cielo y se quedan en la boca”. Angèl! Angèl! sei pronto?? gli urlavano da sotto i suoi amici affacciati dal furgone accostato su Avenido Magallanès con le ruote sul marciapiede del civico 902. Doveva sbrigarsi e lo sapeva. Le strade non erano più sicure e l’unico mezzo per raggiungere lo stadio inosservati era il retro del carro OM di Juàn il bottegaio, che assieme alle consegne della sera, passava a raccogliere anche qualche “cioccolatino” in giro e guarda caso finiva per depositarli tutti proprio nei paraggi dell’Estadio Alberto José Armando ed evitare forse così di farli finire nelle fauci del lupo che a quei tempi aveva l’uniforme militare e guidava Ford Falcon verde scuro e senza targa.

Da mesi ormai la sua vita scorreva sospesa in uno stato di semi-clandestinità fin dagli scontri di mesi prima all’Universidad e ora chissà perché i poliziotti cercavano qualsiasi studente come fossero ossessionati cacciatori di taglie. Poteva uscire solo di notte ormai, nascosto, per quanto possibile lontano dalle luci gialle dell’illuminazione pubblica e si incontrava con gli amici nel retro dei magazzini lungo l’Avenida Don Pedro de Mendoza per decidere come sfuggire il giorno dopo. Lui voleva reagire ad ogni ingiustizia che vedeva o sentiva, del resto ce l’aveva nel sangue, ma la junta militàr e i suoi apparati stringevano sempre di più la morsa e tutti avevano paura di sparire nella bocca dell’Escuela Superior de Mecànica de la Armada. Rimaneva solo il richiamo. Era troppo forte per tutti, come in un disegno già scritto, ognuno di loro si sarebbe amalgamato e sciolto ancora una volta quella sera come il più fine cioccolato uno ad uno e sarebbe finito sempre al suo posto nella scatola. Anche stavolta c’erano tutti all’angolo di Brandsen e davanti a loro Lei, imponente nel nido di travi gialle oro e sinuose scale di ferro blu come la notte di Baires. Come ogni volta, La Bombonera era pronta a raccogliere tutti i suoi bombòn e ad esibirli alla vista già impaziente di chi voleva soltanto addentarli.

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Le gradinate del barrìo popular erano le più ripide. Si iniziava a salire dopo i saluti ai ragazzi delle barriere e il tempo si diluiva come se da lassù in cabina di regia una grande mano ruotasse in senso opposto la leva del ralenti. Di solito chi come lui saliva ai gradini più alti si sceglieva un compagno per scherzare un po’ condividere una birra nell’attesa. Lui no, saliva sempre da solo perché così si concentrava sui suoi pensieri, un passo dopo l’altro, i rumori dei piedi che battevano là fuori sui gradoni creavano un’onda che sembrava davvero di essere cullati dall’oceano e il fischio del vento penetrante dalle fessure ad accompagnare l’impresa. Pensava al suo povero padre e a sua madre e non sapeva dire se quello che gli stringeva la gola in quel momento era davvero rabbia o soltanto il vuoto, senza di loro. Ma lui continuava a salire senza fermarsi. Ormai il sole tramontava da dietro alle colonne ripide sembravano obelischi raffinati alle estremità dei palchi della tribuna, un palazzo così strano quando era così pieno sul lato rivolto al campo, erano tutti affacciati ai balconi quasi fosse la sera di capodanno, pronti a gettare in strada i razzi e le girandole. L’aria pesante del porto, i fumi delle navi e le polveri ferrose dei cantieri si scioglievano formando degli agglomerati d’aria densa mista ai fumogeni finendo per circondare le grandi lampade fissate sui pali ormai più alti della nebbia. Strano, che ci facevano tutti questi uomini ben vestiti qui attorno? Ormai era quasi in cima ancora pochi gradini. Con quegli abiti addosso non potevano che essere poliziotti. Sembrava di stare al Monumental, lo stadio dei rivali del River, i “milionarios”, coi suoi tifosi così ben vestiti e maledettamente ricchi e corrotti. Sputò a terra quasi a scacciare quel pensiero e con lui tutti i suoi guai. Sentiva in bocca ancora il sapore dolciastro del Legui che aveva mandato giù dalla bottiglia in un sorso distratto mentre era chiuso nel retro del furgone.

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La Doce era il secondo anello della curva immensa che sovrastava la via Aristòbulo Del Valle, a sud del palazzo della tribuna centrale. Si riconosceva subito perché era incredibile quanto piena fosse ogni volta, un formicaio blu e oro di teste e di mani protese quasi a toccare il cielo come se dall’altra parte sentissero la mano di Dio protesa verso di loro. Poi perché sapeva mordere come nessun’altra col suo veleno, nel momento giusto, era un cobra che alzava la sua bocca aperta pronto a sferrare il colpo letale. Tanti provavano ad attribuire a quella gente simboli, significati diversi, interpretazioni discutibili e romanzesche ma più di tutto parlavano gli occhi di chi popolava i gradoni, di chi stava appeso ai cortinàs, i drappi colorati che scendevano ancorati alla gradinata superiore fino a scorrere giù fino alle reti di recinzione, un po’ per sfida ma più per non crollare a terra quando la Doce diventava un fiume inarrestabile e imbizzarrito poco prima di buttarsi nel vuoto della cascata. Parlavano i denti stretti come in un ruggito dei chicòs araña, i ragazzi che salivano aggrappati alla rete come ragni alle ragnatele con la smania di raggiungere la preda intrappolata nella tela. Come al terzo gol di Carlos Salinas al minuto settantuno. Li vedevi quei disperati del Deportivo in balìa di tutto questo. Erano arrivati fin lì dalla verde e selvaggia valle del Caùca, nella Colombia sud-orientale vicina all’oceano Pacifico, non sapevano se restare in campo e farsi schiacciare dal Boca fino al gancio da knock-out oppure rientrare negli spogliatoi e sopportare il “peso” della Doce sopra di loro come nel peggiore girone dell’inferno.

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Non poteva muoversi, non poteva più reagire. Due uomini lo tenevano fermo dalle braccia, seduto e immobile nel divano posteriore della Ford Falcon, lanciata a tutta velocità verso sud sulla corsia centrale della 205. Si notavano dai finestrini solo i manifesti giganti del Mundial illuminati dai fari e una smorfia beffarda gli comparve sul viso. Raccontava tutto quel poster, un argentino con la maglia albiceleste alzava le mani in alto in segno di resa mentre veniva placcato in una presa indissolubile da un altro con addosso una strana maglia che più la guardavi più si anneriva e con dietro un numero giusto per farla sembrare un’innocua casacca da gioco mentre ti ingannava la vista. O almeno così lui lo vedeva. Gli avevano tolto subito la tessera di suo padre, socio del Clùb fin dal 1954, gli era costata mille e settantaquattro pesos frutto del duro lavoro nelle stive dei mercantili giù al vecchio Puerto Madéro. Solo chi aveva la tessera poteva entrare, di biglietti non se ne trovavano mai. Gli sequestrarono anche la tessera della biblioteca universitaria, magari per dimostrare che era davvero un sovversivo. Non aveva altro nelle tasche a parte qualche spicciolo rimasto dopo una Quilmes offerta ad un vecchio amico che non vedeva più da tempo e il destino li aveva riuniti proprio fianco a fianco sui gradoni in quella sera d’autunno. Che stupido! Che razza di fottuto stupido! La festa per la Copa, qualche sorso in più… L’ambulanza con le luci lampeggianti sotto casa messa apposta… Maledetti! Nessuno sarebbe andato a cercarlo con la foto a Plaza de Mayo ma forse è meglio così, meglio un semplice fazzoletto bianco. Come quello che indossava alle manifestazioni a La Plata due anni prima per la notte delle matite, per quei poveri ragazzi, studenti come lui. Chiudeva gli occhi e si concentrava in silenzio sul suo battito… tu tuum tu tuuum tu tuuuum… rallentava un po’, diventava simile al battito della Doce sulle note dell’inno che ascoltava sempre nel giradischi a casa… nessun tremolio, ogni singolo centimetro del suo corpo ormai coperto di lividi era saldo e immobile anche quella notte di novembre del 1978, non tremava nemmeno dopo il clic della semiautomatica in uso alla polizia argentina accostata alla sua tempia e pronta a sparare. Solo il battito del suo cuore… La Bombonera no tiembla, late!

Abuelas de Plaza de Mayo, 1978 da iltascabile.com – La memoria argentina di Gabriele Santoro.
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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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