Giorgio esce di casa. In un solo gesto c’è tutto l’eroismo di un piccolo grande uomo normale in una domenica quasi normale di gennaio. Si vota. Del resto lui non può sottrarsi al suo dovere. Ieri alle tre del pomeriggio si giocava il “suo” derby al Paolo Mazza, lui non poteva sottrarsi. Domenica mattina, 26 gennaio 2020. Giornata uggiosa, perfetta per musicarla con note melanconiche, ma lui non era Sergio Endrigo e quelli non erano gli Anni Settanta. Peccato. Mentre camminava sornione sul marciapiede della strada verso la piazzetta della scuola gli pulsavano le tempie, troppi pensieri, troppi anche per la dose di paracetamolo che aveva trangugiato appena sveglio, assieme ad un sorso di caffè con qualche biscotto secco. E non poteva essere altrimenti. Il cerchio alla testa post-derby lo affliggeva come la più antica forma di stress post-traumatico. Non poteva sottrarsi.
Dilemmi. Il suo passo aumentava leggermente mentre con la mano si tastava la tasca del giaccone alla ricerca della tessera elettorale, trovata! Meno male, non avrebbe sopportato ripercorrere a ritroso la via crucis e tornare a casa a riprenderla, sarebbe rimasto là, nella sua poltrona sudario e non avrebbe fatto il suo dovere… Entro? O non entro? Saranno già arrivati tutti, il plotone di esecuzione, pronto e schierato nella sala del baretto al quartiere, pronto a fare fuoco all’unisono al cenno del comandante, da dietro al bancone. Ma lui non era uno che si sottraeva alla lotta, nonostante questa volta la tentazione era forte, fortissima. Tre gol del “Bolo” gli battevano le tempie in ritmo da tre battute al secondo, un-due-tre. Ritmo dissonante, cinico, spietato. Come la truppa di Sinisa. Per lui l’unico gusto rimasto era l’amaro, il caffè, i biscotti, tutto era amaro. Non poteva sottrarsi. Entrò.
Calma apparente. Dura quanto il vantaggio di Petagna. Poi l’audio diventa un rumore indistinto di voci, di risate, il suo udito raffinato da ferrarese a Bologna avrebbe fatto il resto, sapeva come fare, come abbassare il volume. Non erano tanto gli sfottò a dargli fastidio in realtà, non erano “loro” con la tipica cantilena dialettale tutte vocali aperte mentre lo sfottevano con quell’aria da dottor Balanzone, più simile alla rana dalla bocca larga. Pensava all’anno scorso, a quando gli facevano quasi pena tanto tremavano per la paura di andare giù di nuovo. L’abitudine, era lei la nemica numero uno. Era lei a provocargli un sentimento pungente di rabbia e disgusto. Chi tifa la Spal è divorato dall’abitudine. Diventa quasi legge. Guarda la partita di ieri. Ancora una volta l’arbitro, ancora una volta la voglia irrefrenabile di farsi del male da soli, prima possibile, giusto per non abituarsi troppo alla sensazione del vantaggio, ancora a criticare e alla fine a tirare i remi in barca. Sono le mezze misure che proprio non vanno giù. L’equalizzatore è fallato, o solo i bassi o gli alti. Ma almeno spingessimo anche sugli alti qualche volta… a costo di andare fuori giri e chissenefrega! Almeno ce la saremo goduta tutta!

Ma perché il seggio è in cima all’Everest? Quante rampe di scale devo ancora salire! Di certo oggi non è proprio la giornata della pazienza nel mondo. Entrato nella classe si avvicina e consegna il documento di identità. C’era in mezzo ancora la tessera con le righine biancazzurre e l’ovetto stampato in bella mostra sopra. Cade proprio con la punta sul banco e tutti si girano a vedere quello strano oggetto metafisico. Ops… D’altronde si sa che la malerba è dura a morire no? gli uscì così, da sola, con una prontezza inaspettata per un pragmatico indolente come lui. Il segretario del seggio preso così alla sprovvista si limita a non capire e gli passa il “lapis”, come lo chiamava suo padre, non era matita, non era penna. Adesso gliela faccio vedere io a questi qui… scorre intanto la tendina per entrare in cabina, apre la scheda deciso, avvicina la punta al foglio e… traccia la sua “ics” sul nome. Meglio non disperdere il voto, annullare la sua scheda non sarebbe servito, scriverci sopra a caratteri cubitali un bel “FORZA SPAL bologna merda” non gli avrebbe restituito il “suo” derby.