
Stasera scrivo io. Credo sia la mia prima volta , in questo blog.
E, per evitare di nascondermi dietro a un dito, confesserò subito tutte le mie colpe, nei confronti delle aspettative della maggior parte dei nostri lettori appassionati di calcio.
Non sono un tifoso. Non lo sono mai stato. Non saprei nemmeno snocciolare la nazionale del 2006 per intero. Semplicemente non mi interessa.
Non sono nemmeno un uomo da Curva: prima della mia partecipazione a 3 o 4 partite della Spal, un po’ in casa e un po’ in trasferta, negli ultimi due anni, non ero mai entrato in uno stadio come spettatore, solo come calciatore.
Ma datemi un pallone e del tempo libero e potrei palleggiare da solo per ore, cosa dico? Per giorni!
Ed è così che mi funziona, da quando ho ricordi di me. Avevo tre anni quando snobbai una mia amichetta di sei, che voleva coinvolgermi a tirarci il pallone con le mani, perché io dovevo “imparare a paleggiare da solo come i calciatori veri”.
Non ho mai smesso. E non smetterò mai.
Il pallone è stato il mio primo vero amico. Forse fa un po’ di tristezza dirlo, ma è andata così.
Palleggiare e tirare il pallone sono fra le attività più rilassanti e creative allo stesso tempo che io conosca. Difficile che mi stanchi. Quando ero piccolo e il tempo non esisteva non avevo bisogno di altro per stare bene.
Ma veniamo a noi, a questa tragica quarantena. Tragica per motivi sanitari, economici, psicologici. Non ci voleva proprio. Ci sembra una condanna, una limitazione delle nostre libertà e ci spaventano le conseguenze future.
Tuttavia, ho imparato dalla vita a cercare del buono in ogni situazione.
Così, da più di due settimane, ho la possibilità di passare un mare di tempo con mio figlio. E giochiamo a calcio quasi tutti i pomeriggi.
Vederlo ridere felice e correre dietro il pallone mi riempie il cuore come una cornamusa, pronta a suonare le melodie scozzesi più epiche. E guardando lui rivedo me. Mi sembra di riprovare quella fantastica sensazione di presente dilatato, di assenza del tempo, tipica dell’infanzia.
Sì, a volte i miei pensieri mi incatenano al lavoro “che dovrei fare”, al file da girare al cliente, alla telefonata o mail a cui devo rispondere, ma li addomestico subito così: mi immagino fra 10 anni, ne avrò 53, mio figlio 13. E mi mancheranno tantissimo i suoi tre anni. Adesso invece ho la fortuna di godermeli in un modo che non mi sarebbe concesso in situazioni normali.
È una buona tecnica, provatela. Funziona!
Così mi si riempie di nuovo il cuore di emozioni, come poco prima del fischio di inizio della partita più importante della tua vita, quando sai che è proprio quello il momento di giocare fino in fondo.
E allora giochiamo.