Diario di uno Spaldamar, #Day27

Sabato 11 Aprile. Oggi è il giorno del Gange Aarti, il rituale.

Ore 10, meno qualche minuto. La vestizione. Dopo una breve preghiera inizio coi paramenti più esterni. Invoco la Dea Madre, la Dea del Sacro Fiume, affinché col Sacro Fuoco possa bruciare ogni singola cellula Sars-Cov-2-3-4 fino al 19. Attorno a me i sacerdoti mi assistono, la suocera, già nata pronta all’apocalisse con al collo la botticella del detergente in gel igienizzante come il più classico dei San Bernardo, manca solo la lingua fuori.

I ragazzi dall’altro lato, raccolgono i vari pezzi in giro e mi porgono le sporte della Coop, stando ben attenti a non interferire con lo spirito di Haridwar, Rishikesh e Varanasi, già accolti nel focolare domestico all’ora della colazione. Mi giro verso l’uscio dell’ignoto, un lampo di luce mi avvolge e trattiene solo l’ombra dei contorni mentre tutto attorno risuonano le note di Also sprach Zarathustra come quando l’ominide all’ombra del Monolito inizia ad impugnare un osso e comprende di avere tra le mani un’arma per procurarsi da mangiare e per sopraffare i nemici, giù al supermercato.

La Dea Vishnu è in studio oggi quindi sarà meglio che il rituale porti i suoi frutti altrimenti mi attenderà la rabbia di Shiva in persona sul calar della sera, all’uscita dall’ufficio. Le sacre rive erano già popolate dei seguaci venuti da ogni latitudine di questo angolino della bassa bolognese da dove passa l’Idice, detto anche Vishnuprayag, tutti confluiti nel piazzale del Conad come sentissero la grande chiamata, ognuno coi ceri votivi e la dotazione minima di sporte e carrelli in processione, uno dopo l’altro, per ore. Qualche fedele iniziava mestamente ad intonare qualche inno, il Vaffa-Bhajan si distingueva benissimo anche al mio udito poco esperto, mentre si coprivano naso e bocca con le loro mascherine per rispetto della cerimonia Aarti, con movimenti precisi e gestualità secolari e io mi incantavo a guardarli rapito. In un attimo il classico signore impaziente mi investe da dietro quasi a caricarmi sul carrello.

Mi spiegano che sono gli officianti del Dasaswamedh Ghat, le sacre scalinate che conducono alle porte scorrevoli del Nirvana, da cui un cliente esce e uno entra, una giostra singolare che si ripete da secoli ormai. Offro in dono la mia monetina da un euro per il carrello e intanto penso se filtrerà abbastanza la sciarpa della Curva, anche se è quella primaverile, quella di telina con le scritte rosse Ferrara 1974 mah! entro divorato dal dubbio, ma si sa che se non sei tra gli eletti sacerdoti della Protezione Civile non la puoi avere la maschera della divinità.

Entro e il reparto verdure mi accoglie con la sua cerimonia di colori unica al mondo. Mentre attraverso le porte metalliche oltre le quali la mia anima non può più far ritorno, mi rendo conto per la prima volta che il bagno nel Gange l’ho già fatto almeno un paio di volte, dalla punta estrema del capello brizzolato per passare dalla barba “matura” tono su tono che non piace a nessuno fino all’unghia protesa verso la punta della Stan Smith un po’ slacciata. E poi succede una cosa bizzarra, mai vista prima, sarà forse l’aura mistica non saprei dire: mi avvicino a qualcuno e quello si allontana immediatamente, tento di passare nel corridoio dei prodotti per la casa (dove credo di essermi fermato forse tre volte in tutta la vita) e un bramino adornato di tutto punto si spiaccica quasi scomparendo tra i Viakal e gli Emulsio Facile. Ho scalato rapidamente la scala sociale.

Arrivo al culmine della cerimonia del Gange Aarti Varanasi quando alcuni superstiti vengono accolti da alcuni inservienti tappezzati dal famoso drappo color zafferano, appena usciti dalle profondità oceaniche con tanto di bolla di vetro. Scambiamo doni e offerte e la temperatura corporea raggiunge il punto di sublimazione, soprattutto il lattice nelle mani tenta di entrare nell’epidermide per osmosi. Neanche all’Arena Garibaldi di Pisa a saltare sotto il sole allo zenit dopo il vantaggio di Gasparetto ho sudato così.

Parcheggio l’auto e resto cinque minuti coi finestrini scesi. I fumi salgono dappertutto. Non era il motore. Durata del rituale: 3 ore, 11 minuti e 4 secondi. Salgo e mi accolgono come dalla rampa di Cape Canaveral di rientro dalla missione suicida dell’asteroide da frantumare minaccioso verso la Terra. Di me restano solo due strisce di bollini per i libri del Diario di una schiappa e un corpo incandescente con l’alone viola fluo della campagna progresso anti-AIDS. Se lo conosci lo eviti.

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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