Diario di uno Spaldamar #Day32

16 aprile. Un giovedì come tanti. Eppur si muove. Vi dico in tutta franchezza una cosa: quanto è difficile scrivere un diario! Esserci ogni santo giorno, uno dopo l’altro e infatti qualche salto c’è qua e la, si nota, e noi mica lo nascondiamo, anzi ci sembra più… una pausa teatrale.

Respiriamo a fondo, chiudiamo gli occhi, riordiniamo le idee poche e confuse che accumuliamo in questi giorni evvia… ci riproviamo, ribussiamo alla porta di “casa” con un po’ di timore forse un po’ come quando si tornava dopo averla combinata grossa… e intanto ci sta cambiando a poco a poco, questo diario, via via che lo rendiamo più nostro.

Oggi però a ben guardare qualcosa è successo, almeno a me. Ma non solo a me. A noi, quelli che condividono assieme a me queste quattro mura di appartamento o giù di lì. Lo chiamiamo “di appoggio”, nel senso che era previsto che dovesse ospitarci per un po’, giusto il tempo di finire i lavori a quell’altra casa ma che sta rapidamente diventando “di appoggio” nel senso che ci sta sopportando, intimamente quasi, mentre tutto il resto si è fermato nella migliore delle ipotesi, ribaltato nella peggiore. E allora questa la voglio condividere col diario perché in un certo senso mi ha stupito. Per quasi tutta la giornata i miei ragazzi hanno fatto tutto quello che dovevano, lezioni a distanza, compiti, le loro pause ma nemmeno tanto, e hanno cucinato assieme, hanno preparato la cena per tutti, i pancake con tutte le guarniture possibili, davvero bravi! Non li sottovaluterò mai più, lo giuro.

E ho notato anche un’altra cosa…amara e costante, io sempre chino sul monitor. Magari capiterà anche a voi di accorgervi che intanto tutto attorno la vita trova comunque il modo di andare avanti, evolve, si trasforma, mentre tu rimani inchiodato lì, fisso come il tuo sguardo. Tu stai diventando una “cosa” mentre gli altri tornano ad essere “persone”. Forse con questa epidemia l’unica cosa vera che sta succedendo a tutti noi è che senza accorgercene torniamo ad occuparci di noi. Forse mi sbaglio o forse sto osservando semplicemente la “società liquida” di Bauman solo più liquida. Credo che abbia appena ingoiato una bella purga…

Non lo so se la pensiate o meno come me. Ma anche voi se vi fermate un attimo e alzate gli occhi dai monitor, vi scollegate un minuto da Skype o da Whatsapp, uscite temporaneamente dalla stanza virtuale in cui state avidamente consumando la vostra micragnosa riunione, capiterà e forse vi sorprenderà pure. Attorno a voi ci sono persone. Brulicano anzi, è tutto un andare a destra e sinistra. Nessuno al centro. Nessun tatticismo, o realpolitik come si chiama in gergo, nessun colpo al cerchio né alla botte. Sono convinto che succederebbe anche a chi vive questo isolamento da solo. Troverebbe il modo di vederle, le persone. Come non le aveva mai viste, addirittura.

Capita pure di leggere tra una riunione e l’altra una “notizia” rimbalzata da qualche profilo Facebook più o meno noto. Non c’è più. Enea si chiamava. Un signore anziano che neanche conoscevo “ufficialmente”, come si conoscevano le persone prima. Ma che invece conoscevo bene, molto bene, come spero si conosceranno le persone da adesso in poi. Una persona vera, che ha trascorso tutta la sua vita – vera – in un luogo fisico vero, non una pagina social o altro spazio virtuale, sembrerà strano. La curva dello stadio. E neppure la malattia, purtroppo anche quella, vera, lo distoglieva da quel proposito, insano per molti non per tutti, di andare alla Spal.

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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