Giallo, nero e rosso in SudTribune

777, settore B. Da quasi cinquant’anni ormai questa sigla era la sua casa. Almeno tutte le volte che il Ballspiel-Verein Borussia 1909 giocava in quel mostro di cemento armato e acciaio forgiato nei cantieri metallurgici della Westfalia, altiforni giganti e temperature indefinibili, la cosa più simile all’inferno sulla terra. Le persone da queste parti ne andavano fiere, dicevano che in quei forni si forgiavano anche le braccia e lo spirito degli abitanti dei territori crudi del nord,  giallo come le fiamme dell’acciaio fuso, nero della pece e della fuliggine ormai cristallizzata nei volti dei tifosi-operai della SüdTribune.

Che senso aveva tutto questo? Continuava a ripetere a bassa voce Norbert, il vecchio custode del settore B, quello centrale, quello da dove si  levava la parte più alta della marea di volti e di mani unite dal patto di sangue che teneva vivo più che mai “Die gelbe Wand”, il Muro giallo. E lui era sempre stato li, a sorvegliare – ufficialmente – ad ammirare nella realtà fin dalla sua prima volta, durante l’amichevole inaugurale dell’impianto, nell’aprile del 1974 contro lo Schalke Null-Vier, e per poco non finiva zero-quattro anche il punteggio finale. E oggi, a ben guardare, lo “spettacolo” davanti ai suoi occhi era quanto di più angosciante potesse immaginare. Sabato irreale, sedici di maggio duemilaventi. Primo match di Bundesliga dopo il nulla chiamato Covid, ancora lo Schalke. Stadio vuoto in ogni ordine di posto. Silenzio assordante tutto attorno. Per la prima volta nella sua vita, Norbert si sentiva sul punto di cedere proprio lì, in quelle immense gradinate vuote, immerso in una pellicola di Werner Herzog o di Wim Wenders, il grigio cemento era ovunque, raggiungeva e inghiottiva qualsiasi cosa trovasse sul suo percorso, prosciugava ogni singolo impulso di resistenza. Sabbie mobili, più si dimenava con tutto se stesso per restare vivo, più quella essenza innaturale di vuoto cosmico lo trascinava verso il fondo. Ma lui si ostinava ad ascoltare le voci, a percepire le vibrazioni che salivano da quei gradini, da oltre ventimila anime pulsanti indissolubilmente collegate alle file di cemento della tribuna sud. Mal di mare, mettevi il piede giù dalla passerella ma continuavi ad ondeggiare e nonostante nessuno fosse presente al proprio posto, lui chiudeva gli occhi e continuava a vederla davanti a se, la marea pulsare come il battito del suo cuore in quel momento.

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Das Epizentrum

Lui era l’ultimo rimasto, classe 1956, ancora in servizio nello staff dei custodi “guardiani” al Signal Iduna Park. Solo lui sapeva in realtà quanto odiasse quel nome così spudoratamente sinonimo di calcio moderno. Marketing lo chiamano, si limitava a bofonchiare sotto i baffoni biondo scuro come il colore delle pinte di Dortmunder Actien Brauerei quando si avvicinava a piedi sulla Strobelallee prima di ogni turno casalingo, accompagnando la sua voce con un ampio arco del braccio a circondare l’insegna luminosa sovrastante l’ingresso principale come a voler dire “guarda qui che scempio di fronte a tanta bellezza”. Proprio a lui non dovevano farlo, non così, era una questione personale. Lo aveva anche detto pubblicamente. Prese la parola in qualità di membro votante al Consiglio di gestione dei soci e tra il brusio di disapprovazione sempre più acceso che si levava dai banchi degli investitori privati del club, arrivò anche ad alzare la voce, cosa più unica che rara. Io ho lavorato alla costruzione dello stadio – concluse il suo intervento ingoiandosi quasi il microfono tanto che la voce iniziava a trasformarsi in un sibilo acuto – saldavo le travi nel settore sud, dieci ore ogni giorno, ero carpentiere e l’ho visto mentre diventava ciò che è ora, un bullone dopo l’altro. È un figlio della Westfalia, come tutti noi. Non si potrebbe mai chiamare se non Westfalenstadion!  Si offrì volontario come operaio quando la delegazione della municipalità si presentò alla convocazione dei dipendenti nel piazzale centrale della gigante acciaieria Hörder Schütte, nel quartiere meridionale di Hombruch, era ancora un semplice apprendista. Lui detestava quel nome e non si sarebbe mai allineato a quelle logiche lontane dai Dortmunder, i suoi ragazzi della tribuna sud, schietti, sinceri, duri a piegarsi.

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Come suo padre, Gerhardt, braccio destro del capo del partito socialdemocratico cittadino nei primi Anni Trenta, chiuso dalla Gestapo nella prigione di Steinwache durante i giorni precedenti la cerimonia dell’insediamento al municipio dei nazionalsocialisti, il maledetto sette di marzo del novecentotrentatre. Norbert non sarebbe finito a Sachsenhausen come suo padre, deportato per le sue idee, ma non per questo pensava alla sua con meno legittimità. Si sentiva chiamato alla lotta, ormai era il suo marchio di fabbrica. Alla tua età – gli rimproverava la sera colei che condivideva con lui ciò che restava della vita coniugale – faresti meglio a ritirarti! Cosa vuoi dimostrare ancora? È da quando hai cominciato a schierarti contro i nazisti del Borussenfront negli Anni Ottanta che non ti sei mai risparmiato. Ho paura Norbert, che ti facciano del male. Tu non pensi a me? Non pensi alla tua famiglia? Ingrid si lamentava quasi sempre a ragione verso di lui. Sapeva bene che la sua testardaggine era invincibile ma ogni volta si riprometteva di non smettere, di non lasciarlo mai solo. La mia famiglia è il BVB lo sai, lui è la madre e il padre di tutti noi. Ci ha tirati fuori dalla cenere degli altiforni, dalle profondità più nere del nero delle miniere lungo la Ruhr e ci ha raccolti sotto lo stesso tetto. Ci ha allevati e ha sfamato il nostro spirito. Unser Stadion ist das Epizentrum. Esci dalla porta di casa e vedi le travi gialle alte come l’orizzonte dominare gli alberi del Bolmke. Non ho mai chiesto nulla, questo mi basta. Ma adesso è diverso, non saprei. È come se tutte le lotte fatte in passato per il bene del Borussia si siano d’un tratto trasformate in vento gelido e volate via verso il mare del nord. Mi sento impotente verso tutto questo. Noi abbiamo ancora il 50% più uno della proprietà del club ma sembra che non conti più nulla ormai. La fede e la fiducia vacillano, conta solo il potere di chi decide nei palazzi, gli investitori privati, la politica guidata solo dal profitto. E ora lo stadio è vuoto. Un tuffo al cuore. Mai avrei pensato di vederlo così. Temo che finiremo tutti per perderci senza una meta, e il virus non c’entra più niente. Anzi, il virus siamo diventati noi, le persone di Dortmund.

Fan-Projekt e i fantasmi azzurri

Quella sera di inizio settembre del 1987 cominciò ad odiare il parlare in pubblico. Era lì, seduto al tavolo degli invitati, già abbastanza agitato perché rappresentava lo staff del personale di servizio allo stadio, vestiva la sua uniforme ufficiale, felpa nera con graffi gialli sulle spalle e nei fianchi, stemma del club sul cuore, altro stemma di multinazionale di abbigliamento sportivo dall’altra parte, come in un eterno duello tra sacro e profano. Nel piccolo teatro di Dudenstrasse si stava inaugurando il Fan-Projekt Dortmund eV, la prima istituzione socio-educativa di tutta la Germania, nata come un’organizzazione indipendente dopo aspre lotte e dibattiti tra la municipalità e i rappresentanti dei tifosi e della proprietà privata del club. Alla fine vinsero tutti coloro che si impuntarono sulla natura esclusivamente volontaristica e sullo scopo sociale, Norbert in testa. Mancava la ciliegina sulla torta. Voleva a tutti i costi che si organizzassero viaggi educativi, di educazione politica per i giovani, viaggi commemorativi nei principali luoghi di ricordo e di rispetto per la storia del Novecento. A costo di guidare il pullman lui stesso anche senza patente Klasse zwei, disse al microfono quando prese la parola, accennando un pugno chiuso sul punto di sbattere sul podio fino a strappare un divertito applauso ai presenti.

Il suo mondo ideale era inclusivo per tutti, immaginava un’arena pacifica ed aperta in cui promuovere il confronto tra il mondo variopinto di tutte le anime del tifo e le altre istituzioni coinvolte come il club, la polizia, la sicurezza, i trasporti, i media. Molti di voi mi avranno notato in tribuna, nel settore B, io vivo a stretto contatto coi ragazzi della Südtribune e gli voglio bene come un padre – concluse nel suo inconfondibile stile un po’ impastato e allo stesso tempo cadenzato da una forte “r” gutturale. Voglio concludere con un appello: sfruttateci se vi serve aiuto, creiamo tutti insieme una cultura positiva del tifo, allontaniamo il razzismo e la violenza e una raccomandazione per finire. Fatemi volare ancora per tanto tempo come quando saltate tutti e io mi trovo a rimbalzare sui gradoni come una palla da flipper! Si accomodava tra gli applausi convinti di buona parte del pubblico, rosso in viso dall’imbarazzo.

Si risvegliò tutto indolenzito, a fatica riusciva a riaprire le palpebre in un lento e faticoso movimento flemmatico. Non riconosceva quella stanza. E le persone attorno a lui. Ricordava soltanto gli applausi, il caldo e le voci, le birre e poi il freddo di quando uscì nel piazzale per dirigersi verso la sua Opel Omega ridipinta di verde ormai sbiadito dopo l’intervento in carrozzeria dell’anno prima. Poi nebbia nei ricordi. Girava la testa a destra e a sinistra, riconosceva solo un brulicare di uomini e alcune donne vestite con strane vesti di un azzurro ceruleo tendente all’acquamarina. Oddio, die blaue Geister, i fantasmi Azzurri. E la mente ancora sotto l’effetto della morfina si rituffò in in uno stato di semi-incoscienza. Si alzavano attorno a lui i cori che ben conosceva, mani e braccia che ondulavano all’unisono, sfocati nei contorni ma molto vividi nella sua mente. Era lì al suo solito posto, in servizio, si toccava sul petto e alzava il suo accredito dove era scritto a caratteri new garamond “Securität” e sotto uno strano ideogramma con tre faccine sorridenti e la scritta Germany 2006. Non poteva essere. Sul tabellone luminoso il numero 118 lampeggiava sotto le bandiere delle squadre in campo e sotto la data, quattro luglio duemilasei. Oddio, i fantasmi Azzurri. Lo sguardo passava sul campo dalle tribune e rimaneva quasi abbagliato da tutta quella luce. La scena riprese i contorni percettibili che conosceva, il verde intenso, le sagome degli uomini in rapido movimento erano formichine laboriose dall’alto della sua posizione. Contropiede da manuale della squadra in maglia azzurra, il pallone finiva lungo sulla trequarti, il centravanti si prendeva quasi gioco del difensore, controllava il pallone e con un tocco di tacco lo appoggiava per un mohicano accorrente da dietro con la testa rasata come un guerriero azteco. Solo davanti al portiere. Ottantamila in silenzio, nessun respiro.

Foto: Contrast/Boris Streubel/Ullstein Bild via Getty Images

Herr Dickel? Herr Dickel?! Riesce a sentirmi? Con un lamento di dolore acuto riprese conoscenza, era soltanto una visione di un trauma del subconscio. Che succede? Dove sono? Riprese il medico abbassandosi sul naso il paio di occhiali da vista puntati sulla cartella clinica tenuta in piedi con la mano destra. Lei è al reparto di ortopedia del St-Johannes. È stato aggredito questa sera davanti al parcheggio di Westpark. La dinamica non ci è chiara. Ha subìto la frattura di alcune costole e la lesione di una vertebra lombare. Starà con noi per almeno due settimane e poi vedremo. Quando starà meglio parlerà anche con l’agente Schweiger della Bundespolizei che sta indagando sull’episodio. Dottore scusi – sembrava stranamente assente e molto turbato – ma secondo lei è possibile che io abbia appena visto nel futuro?

Niente birra per i razzisti

È stato un agguato. Il detective si rigirava tra le dita una matita Städtler Noris hb. Norbert la fissava quasi ipnotizzato come gli capitava spesso di fronte a qualcosa di giallo e di nero. La stavano aspettando da dietro l’angolo di Luisenstraße. Erano in tre. Estremisti di destra. Abbonati alla Südtribune. Maledetti nazisti, si lasciò scappare Norbert a denti stretti. Sapeva molto bene che la Bundespolizei non era mai stata ansiosa di mettere il naso in quegli ambienti. C’è la possibilità che l’abbiano sentita nell’auditorium al Fan-Projekt – insisteva lui fissandolo da dietro un occhialetto spesso con la montatura nera. Lei è un personaggio noto per il suo impegno sociale, è un bersaglio facile. Non mi fermerò davanti a questi teppisti. Mentre pronunciava queste parole l’indice della mano destra si appoggiò sul tavolo di fronte a lui indicando nella direzione da dove gli stava parlando il poliziotto.  La punta premeva talmente sul tavolo di legno massello da far impallidire in un attimo tutto il polpastrello. Gli attacchi in città si stanno facendo sempre più frequenti e minacciosi. Incalzava Norbert. Vi dovete schierare dalla parte giusta e prenderli tutti! Come sarebbe? Si alzò in piedi Schweiger colpendo con violenza la seggiola che per poco non prese l’onda verso il pavimento nodoso del suo ufficio. La parte superiore del suo corpo spariva improvvisamente dal fascio di luce della lampada e si levava immersa nella semi oscurità. Mi dica ispettore, quando avete fatto l’ultima retata contro questi personaggi? Non me la ricordo. E lei? La violenza razzista è sempre attuale a Dortmund. Mi sa dire perché? Ah, non si sforzi di rispondere. Mi stia bene. E si girò verso la porta trascinandosi ancora vistosamente la gamba destra mentre afferrava il bastone di appoggio offertogli dall’ospedale.

A ripensare a questo colloquio adesso, a quasi trent’anni di distanza, gli veniva quasi da sorridere. Sorseggiava un boccale della sua DAB, la preferita, lo sguardo fisso sul sottobicchiere giallo con su scritto in grassetto una frase a lui molto cara “kein Bier für Rassisten!” Tobias lo interrogava curioso. Come ti senti adesso eh? Insieme abbiamo favorito il riconoscimento di quanti? Non ricordo nemmeno più. Millecinquecento.  Uno più uno meno. Espulsi tutti dalla Südtribune. Ho solo fatto il mio lavoro.  Un lavoro eccezionale Norbert! Noi al Fan Club siamo sempre impegnati ad organizzare eventi, discussioni, punti di ascolto per sensibilizzare tutti senza alcuna distinzione. Ma sembra sempre insufficiente. Tobias finiva sempre allo stesso modo, quasi rassegnato. Lo so è logorante, lo interruppe lui, con diversi colpi di tosse secca e insistente seguiti da alcuni respiri affannosi e incerti. Basta poco per perdere terreno. Di nuovo. Ma abbi fede mio caro Tobias. E mai perdere la rotta. Ricordati l’articolo due del nostro statuto! C’è stampata la nostra firma ricordi?

Foto : BVB/FanAbteilung

Danke

Ormai le sembrava quasi naturale percorrere quei vialetti bianchi di quarzo di Essen. Ed erano passate appena due settimane. Si sentiva tremendamente sola. E sconfitta. Un passo dopo l’altro andava avanti così. Perché lui avrebbe voluto così. Piccoli gesti, lenti e precisi. Ripetuti ormai come un rituale. La meccanica rendeva quasi tutto innaturale. Nel grigiore di quel sabato mattina, l’unico punto di colore nell’ala nord del Gräbstatte Grabenhofer, il grande cimitero monumentale del quartiere Gartenstadt, era una sciarpa allacciata con un nodo semplice come due braccia che si cingono attorno al collo. Una foto al centro, Norbert indossava la sua giacca “d’ordinanza”, il sorriso felice di un padre ripreso tra i suoi figli, anche se lui non aveva mai vissuto le gioie e i dolori della paternità. Invece a ben pensarci, ne aveva avuti tanti di figliastri, fin troppi. Il suo cuore li accoglieva tutti però. Ciao Norbert. Ingrid raccoglieva le sue cose in borsa. All’una aveva appuntamento con Agatha alla vecchia trattoria appena fuori dai cancelli, sulla Matilda-Wredestraße e non voleva fare tardi come al solito. Prima di andare rilesse la scritta incisa a caratteri dorati.

“Ballspielverein Borussia Dortmund promuove la funzione dello sport come elemento di raccordo tra nazionalità, culture, religioni e classi sociali. Offre agli individui, indipendentemente da sesso, colore, origine, religione, stato sociale o orientamento sessuale, la loro “casa sportiva”

DANKE NORBERT

Bv Borussia Dortmund 09 eV, Statuto, Capo II-3
Take My Life, Theo Bleckmann (2017, Elegy, ECM Records GmbH)

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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