La leonessa di Khorasàn

Ataf Qadri / Associated Press

Rotolava. Sembrava quasi incredibile, ma rotolava. Certo prendeva delle traiettorie impreviste degne dei palloni super performanti di oggi, uno di quegli aggeggi infernali che stanno allontanando il “fùtball” come lo chiamiamo noi, dal calcio come lo conoscono tutti gli altri. E non pensate al manto verde falciato di fresco o ai campi patinati degli spot in televisione. Qui, su quel che rimaneva del vecchio giardino dietro la capanna dove viveva Karìma coi suoi tre fratelli minori e suo padre, si potevano giusto distinguere le pozze salmastre dal sentiero leggero, definito ormai solo da qualche sasso rimasto lì lungo i bordi, giù qualche metro fino al muro di cinta, fatto di argilla e pietra scavata dal vicino monte Noshakh. Lei si ostinava a prenderla a calci quella palla, malconcia e sberciata com’era, ma era la sua palla, barattata dal padre al mercato di Jalalabad in cambio delle uniche due capre in salute rimaste, le si era affezionata come ad un feticcio pieno di ricordi, anzi, la amava. Come amava il suo Paese. Gli ricordava la sua palla, stremato, consumato in ogni singolo atomo di dignità, svilito di ogni risorsa naturale ed umana, sgocciolante sangue misto a lacrime se lo guardavi contro la luce del tramonto sul letto ormai quasi asciutto del fiume che scorre lento e piatto dalla capitale fino a tracciare una rotta improbabile verso il Pakistan.

Karìma calciava cercando di rifare le mosse di alcune figure maschili stampate sui giornali appesi nei banchi dei mercati rionali, quasi come fossero panni ad asciugare, intravisti di passaggio evitando con un occhio i tuk che impazzivano tra la folla a forza di clacson cercando con l’altro di restare incollata al padre, e non pensate sia facile vedere attraverso i minuscoli fori ricavati ad altezza del volto sul suo burqa. Se per qualche motivo, una spinta anche involontaria, una buca in cui inciampava, si fosse allontanata più di una spanna da suo padre, sarebbe di certo finita malmenata dai miliziani che sorvegliavano a fucili spianati i passanti ai lati delle strade o peggio, arrestata come sovversiva nemica della sharìa, o quanto meno di come era interpretata dalle autorità religiose delle tribù pashtùn venute dal sud che chiamavano Talibàn. Una donna poteva passeggiare solo se incollata ad un uomo che garantiva per lei di fronte all’onorabilità degli altri uomini. Nulla di lei doveva essere visibile. Nessuno poteva rivolgersi direttamente a lei nemmeno chiamarla per nome. Poteva esistere come “figlia di Karìm” e basta.

La ragazza aveva preso il carattere arcigno e indistruttibile del nonno Aaman, capace di costruirsi da solo la capanna dove vivevano ancora oggi, quando attorno a lui c’erano solo tende di fortuna. Sognava di diventare un’atleta. Poco più di una bambina, si sforzava con tutta se stessa di portare sulle spalle entrambe le anfore piene d’acqua per dimostrare che era forte, portava sempre tutti i piatti in una unica pila quando tutti avevano finito, rischiando la cinghia nel caso ne cadesse anche soltanto uno durante il percorso. Nessun piatto è mai caduto. Se solo avesse potuto andare a scuola come le altre bambine, poche in realtà, avrebbe imparato a scrivere, a leggere, a contare. La scuola era stata bombardata e mai ricostruita. Le famiglie più importanti chiamavano e pagavano i maestri in casa propria per dare lezioni ai propri figli e il più delle volte, quando gli adulti erano assenti, pregavano i bimbi di andare a cercare anche le sorelle perché sentissero anche loro.

Karìma era forte, ma non lo poteva far vedere a nessuno. Aveva paura, spesso, ma non poteva chiedere aiuto a nessuno. Piangeva quando la tristezza era troppo forte, ma nessuno avrebbe potuto mai vederla e consolarla perché il suo volto era sempre coperto, i suoi grandi occhi verdi compresi. Solo quando prendeva a calci la sua palla si scopriva il viso perché quando riusciva a fare ciò che desiderava si sentiva se stessa, aveva imparato anche a farsi due nodi nel vestito in modo che restasse appeso e le liberasse i movimenti delle gambe, così calciava più forte. Karìma era scaltra, sapeva che nessuno mai doveva scoprirla mentre si “allenava”. Aveva convinto il padre a non dare in pegno i vecchi materassi e li aveva appoggiati in fila di fronte al muretto, così la palla sbatteva, nessun rumore.

Per sua fortuna i suoi fratelli erano spesso fuori, assieme al padre, impegnati più che altro ad evitare guai peggiori, con tutti quei miliziani armati in giro, piuttosto che a rimediare una ricompensa per qualche servizio prestato qua e la, così che potessero permettersi di comprare qualcosa da mangiare e non rubarlo come al solito sfruttando il caos ai mercati di quartiere. Nessuno di loro approvava, forse il padre nemmeno sapeva del suo sogno, altrimenti l’avrebbe sfregiata di sicuro in volto in un gesto d’ira per il disonore che gli avrebbe provocato. Lui, dal canto suo, già si sentiva sotto pressione. Avrebbe dovuto di li ad un paio d’anni offrirla in matrimonio e non aveva la pallida idea di come fare e soprattutto a chi. Alla fine avrebbe fatto come tutti coloro che nulla avevano da offrire. L’avrebbe venduta o barattata come tutta l’altra merce al miglior offerente.

Wakil Kohsar / AFP / Getty Images

Rumori di calci dei fucili contro le travi logore del cancello. Tonfi sordi e cigolio del legno che tremava sotto i colpi. Una, due, tre volte. Sapeva che nel giro di qualche secondo i miliziani avrebbero sfondato la porta. Cercavano lei? Erano a caccia di prede da profanare? In pieno giorno le capanne erano popolate solo da donne. Facile bottino per saziare la fame brutale di corpi giovani e indifesi. Karìma era risoluta a non farsi prendere. In una tasca un pezzo di pane e fette di carne secca, la sua palla sotto il braccio, scavalcava in fretta il muretto opposto al cancello e in silenzio dietro la gerla piena di pietre al lato opposto della strada avrebbe atteso fiduciosa. Forse essere piccola non era poi così male, si ripeteva ora rannicchiata come un lemure attorno alla sua banana dolce, appena strappata dal ramo. Entrarono con un calcio che sbriciolò la serratura, rubarono qualche attrezzo che Karìm usava di solito per riparare quel che poteva prima di rimproverare i figli di stare più attenti e che alla prossima li avrebbe cacciati via. Lo diceva tutte le volte, ormai le sue prediche perdevano via via intensità così come la speranza in una vita migliore. Doveva trovare un riparo più sicuro perchè sapeva dalle storie che sentiva in giro che quando volevano trovare qualcuno lo trovavano sempre. O quasi, pensava ora trascinandosi con quel po’ di coraggio che rimaneva sepolto nella sua riserva nascosta nel petto, dalla parte del cuore, fuori dal nascondiglio, accostata di fianco al muro, diretta verso la piazza da dove partivano le carovane per la capitale. Magari lì avrebbe trovato rifugio, anzi forse addirittura un passaggio per andare lontano da qui.

Karìma sapeva che la sua esistenza o inesistenza sarebbe passata inosservata, secondo il pashtunwali, il codice di condotta seguito dalle tribù pashtun alla base del fondamentalismo islamista applicato nelle città delle province afghane. Il giorno dopo la scomparsa di una donna senza alcuna rivendicazione maschile ne sanciva l’automatica esclusione sociale. Diventava un fantasma. Un passo dopo l’altro, la stanchezza, la fame, il caldo opprimente.. La sofferenza era vera, nessun fantasma poteva soffrire in questo modo e questo doveva finire. Pregava, nascosta, nell’ombra delle viuzze contornate dalle pareti di terra mista ad argilla delle altre capanne. Pregava di non essere scoperta a vagare. Giorni fa’ aveva suo malgrado assistito come monito esemplare alla lapidazione di Ziya, per la sola colpa di essere stata sorpresa a passeggiare da sola mentre rientrava a casa, una fatale imprudenza. La conosceva perchè viveva poco distante, aveva pure parlato con lei per l’ultima festa di Eid-al-Fitr, con lei aveva festeggiato la fine di un Ramadhan particolarmente doloroso per la sua famiglia.. ora l’unica cosa importante era restare viva.

Il sole calava, restava solo la polvere ovunque. Non avrebbe mai immaginato che la città povera nascondesse un fascino così particolare verso il tramonto, mai nella sua vita aveva potuto uscire a quest’ora per scoprirlo. Si creava quasi uno strato di nebbia a mezz’aria, caldo e sabbia si coalizzavano misteriosamente e filtravano la luce del sole come in una gigantesca rifrazione avvolgendo tutto di un rosa misto ad arancione. Si scopriva a bocca aperta ad ammirare il cielo e l’atmosfera sopra di se, ma un attimo dopo si scuoteva in preda ad in brivido di terrore puro alla vista di una ronda di miliziani proprio a pochi passi. L’avrebbero certo scoperta in quel punto della piazza era quasi impossibile nascondersi. Con uno sforzo immane cercava di ritrovare la coordinazione per calciare la palla verso la pila di ferraglie dall’altro lato. Con tutta la forza che aveva in corpo. Calciò colpendo con un leggero esterno del piede, temeva che la traiettoria prendesse qualche effetto imprevisto mentre tratteneva il fiato.. La palla centrò l’obiettivo con gran fragore. Quanto bastava per distrarre gli uomini. Riprese a respirare. Una rapida occhiata attorno, aveva qualche secondo per scappare. Decise di infilarsi tra i banchi del mercato ormai in chiusura. L’oscurità crescente mista alle ombre create dalle lampade a olio ai bordi del piazzale la aiutarono a scomparire tra le strutture quasi vuote di merce. Tra poco i mercanti avrebbero cominciato a smontare e a caricare sui furgoni quel che rimaneva. Proprio uno di quei mezzi attirava la sua attenzione, perchè il rimorchio era aperto, non c’era traccia del consueto tendone fatto di stoffa trattata con la pece per renderlo impermeabile e resistente come in ogni furgone lì attorno. Era perfetto. Salì rapida con un balzo degno di una pantera che a stento tratteneva il suo istinto di cacciatrice pronta a ghermire la sua preda, la libertà.

Al calar della sera, proprio mentre finiva di succhiare quanto rimasto dei filetti di carne secca dal sapore rancido, il furgone si accendeva con un chiaro tonfo proveniente dal suo cuore che accompagnava le vibrazioni del motore due tempi a nafta del furgone. Non era mai stata su nient’altro che non fosse un carretto trainato a mano dal padre quando era una bambina e si sentiva ancora un essere umano. Provava in quel momento un brivido di stupore misto a piacere, i suoi occhioni spuntavano brillanti da sotto il cappello di paglia di una grossa gerla ormai vuota. Due luci nuove si immergevano nei bagliori giallastri delle lanterne a olio appese di rado per interrompere l’oscurità ormai padrona di Jalalabad.

La rotta intrapresa con incertezza dall’autista sconosciuto era disseminata di buche. Impossibile riposare, si ripeteva la ragazza, ormai tutt’uno con il suo enorme velo che la avvolgeva tutto attorno. Una nuvola nera carica di pioggia. Il sonno però trovava sempre la via d’uscita quando la stanchezza sovrastava le poche energie rimaste. Karìma si scopriva ora a sognare prati verdi pieni di palloni di vero cuoio da calciare come solo lei sapeva fare, con un leggero tocco di effetto.

Miliziano Talìb alle porte di Ghazni / Reuters

Spari e grida improvvisi. Mentre apriva gli occhi qualche raggio di sole del freddo mattino afghano compariva all’orizzonte. Si sporgeva pian piano ma non riconosceva quel luogo. کابل era scritto su un cartello ma lei non poteva interpretare quei segni rivelatori del nome pashto della capitale. Si stava affidando al suo destino senza altri rimpianti e respirava profondamente, forse per le ultime volte.

Il furgone incredibilmente continuava la sua marcia. Attorno alla strada i suoi occhi intravedevano grandi palazzi di diversi piani, alcuni sventrati da ampi squarci altri quasi ridotti ad uno scheletro, solo travi e pavimenti sospesi nel vuoto. Tra poco il suo viaggio doveva concludersi, lo sapeva, ciò che non sapeva era dove si sarebbe ritrovata e come avrebbe trovato ancora da mangiare, un riparo, una nuova famiglia. Frenata brusca, doveva scendere in fretta. Meno male che il retro del furgone non aveva alcun parapetto da scavalcare, con quel vestito sarebbe stato troppo complicato. Ripari attorno pochi, nessun corridoio in cui infilarsi, a parte un percorso stretto che partiva proprio lì vicino e correva lungo un recinto con sopra una spirale di filo spinato. L’istinto le consigliava di girare al largo. Senza pensarci si infilò lungo il sentiero spinato.

Che strano. Oltre il recinto metallico la sua attenzione era attratta da un vasto prato misto di erba ingiallita e polvere, ampio e contornato su due lati da strutture diverse dal solito. Non potevano essere case. Avevano diverse file di gradini con qualche seggiola. Voleva scoprirlo. Aveva fame. Non poteva mangiare adesso. Doveva restare nascosta. Arrivò di fronte ad un angolo, sull’altro lato c’erano due uomini armati a piantonare l’ingresso della casetta di mattoni di fianco al cancello di entrata in quel campo. Forse ci atterravano le macchine volanti che interrompevano spesso il silenzio sopra la sua testa.. Si accovacciava tentando di non essere notata. In quel momento passava un gruppo di donne in fila indiana, tutte indossavano burqa completi, fantasmi che camminavano nella mattina fresca di Kabùl. Gli uomini avanzavano fino ad interrompere il loro passaggio incuriositi. Era la sua unica occasione. Si alzava, veloce, diretta alla porticina di metallo arrugginito, abbassava la maniglia come se aprisse la porta del paradiso. O dell’inferno. La porta non era chiusa. Karìma entrò sentendosi svenire.

C’erano delle stanze ai lati di un lungo corridoio. Sentiva delle voci femminili in fondo. Tentò di entrare nella prima stanza a destra. Nessuno. Solo una lunga panca da un lato, dei ganci alle pareti, un paio di lettini prima di un muretto che separava la stanza da un’altra più piccola, piastrelle in terra e lungo il muro grigio pieno di crepe simili ai lampi dei temporali d’estate, rubinetti, strani fori alle pareti in alto, sgocciolava dell’acqua. Si sdraiò sul lettino più vicino e si addormentò senza più la forza di respirare.

Hajàl! Corri presto! Hajàl!! Nello spogliatoio presto! Nel silenzio del mattino si alzavano improvvise le grida di Marjàn e l’eco negli ambienti vuoti dello stadio Ghazij diffondeva la sua voce fin nel piano di sopra, negli uffici della AFF, la federazione afghana, a quest’ora vuoti. Doveva esserci su da qualche parte, da ossessionata del suo lavoro di medico sportivo com’era, Hajàl arrivava sempre presto, preparava l’infermeria, studiava qualche libro preso di nascosto nella libreria dello zio chirurgo al Sardaar Khan, l’unico ospedale ancora quasi integro in città. Hajàl!!! Gridava ancora più forte, non sapeva che altro fare. Di fronte a lei giaceva una donna svenuta, o peggio, non capiva nemmeno se respirasse. Marjàn era lì solo perchè doveva provare qualche tiro da lontano.. approfittando della temporanea assenza della polizia militare che piantonava sempre gli allenamenti al campo, stava per uscire ad esercitarsi da sola. Eccomi! cos’hai da urlare tan..?! Le parole si fermavano prima di essere pronunciate, immobilizzata, i suoi occhi puntati sul lettino dei massaggi. ..azhizì! povera! chissà cosa le sarà successo.. ripeteva mentre si avvicinava per assistere Karìma, cercava di capire, la scuoteva, le accarezzava il viso, dolcemente prima poi sempre più vigorosamente. Era disidratata. Provava intanto a liberarla dal burqa ormai logoro, sporco e maleodorante. Aiutami! Non restare lì come un sasso! Liberiamola subito dal vestito, devo rianimarla in fretta, il suo battito è debole, proviamo con un po’ d’acqua.. muovile le braccia così, ancora, ancora, deve bere subito!.. povera ragazza. Dopo l’ennesimo scossone, aprì lentamente gli occhi. Brava, svegliati, così, aiutami a farla bere, piano, così. Continua tu, piccoli sorsi. Vado in infermeria e torno. Dobbiamo rimetterla in piedi! Appena uscita nel corridoio stretto che portava al postribolo che chiamavano infermeria, la porta dalla quale era entrato qualche ora prima il fantasma di Karìma si apriva lasciando entrare un gruppetto di altre donne a volto coperto, riconoscibili soltanto dalle sacche nere tutte uguali sulle quali spiccava stampato il logo dell’Afghanistan Football Federation, in particolare la striscia verde speranza della bandiera nazionale che creava uno strano effetto ottico che faceva risaltare il pallone disegnato sopra come se si alzasse dallo sfondo.

Qualche minuto dopo, Karìma si vedeva circondata da una miriade di ragazze come non le era mai capitato in vita sua, non sapeva contarle tutte ma erano tante. Sulle prime credeva di immergersi in uno dei suoi soliti sogni stravaganti e pieni di colore, qui le ragazze indossavano magliette rosse sgargianti, confermando la sua sensazione. Ma era tutto troppo reale. E il suo stomaco non le bruciava più, anzi si sentiva quasi piena. Dissetata. Felice. Ascoltata per la prima volta solo per quel che aveva da dire. Tutte le giocatrici della nazionale femminile di calcio erano attorno a lei come ad un falò. Lei era il fuoco che ardeva al centro, le riscaldava con ogni singola parola del suo racconto straordinario, le inebriava con la sua voce quasi sussurrata eppur così chiara in ogni sillaba pronunciata, come una musica accentuata dalle sonorità delle cadenze arabe ben ritmate coi suoni aspirati.

Aref Karimi / Agence France-Presse / Getty Images, 2018

La sera si trovava immersa nella malinconia ripensando alla sua capanna accostata al lato destro del fiume, ai suoi fratelli e a suo padre, pregava che fossero vivi. Si affacciava appena dalla finestra della sua piccola stanza per non attirare l’attenzione. Era ospite di Marjàn. L’accolse fin da quel giorno dentro lo spogliatoio. Sperimentava con lei un legame nuovo, mai vissuto prima, parlavano molto delle loro vite clandestine, dei loro sogni di diventare atlete, di rappresentare il proprio Paese alle olimpiadi, con la promessa di tenersi per mano come due sorelle. Scherzavano spesso tra loro pensando alla fortuna di Karìma a trovare riparo proprio lì dove si allenavano. Le stelle erano dalla sua parte, nessun dubbio. Sentiva su di sè il peso della responsabilità, era stata fortunata a scampare ai miliziani, a trovare riparo, a restare viva ma voleva conquistarsi tutto con le proprie forze, perfino il posto nella squadra e testarda com’era sapeva che avrebbe dato del filo da torcere ad Ali Jawad, il loro allenatore, libanese d’origine, profugo come lei inseguendo il sogno di fare dello sport la sua professione. Khalìda, il capitano, le rimproverava spesso quando abbassavano la guardia per qualsiasi motivo. Sapevano tutte dei pericoli che correvano ogni giorno in cui si presentavano al campo, potevano finire arrestate con la stessa velocità con cui si destreggiavano tra i paletti conficcati nell’erba, per allenare la rapidità nel cambio di direzione con la palla. Erano molto unite tra loro, si sentivano una famiglia, per la prima volta. Si sentivano orgogliose di rappresentare un simbolo della rinascita di un nuovo Afghanistàn e nessuno si sarebbe mai arresa di fronte alle minacce della violenza brutale del regime.

Perché non si va più al Ghazji? Karìma si stava preoccupando sempre di più. Marjàn non le rispondeva se non con poche parole evasive. Khalìda dice che non è più sicuro. Sempre più militari e sempre meno risposte. Questo è un segnale di allarme. Il capo degli uffici e i suoi aiutanti si sono fatti sempre più pressanti. L’hai saputo di Mina l’altro giorno alle docce? Era da sola in quel momento. Ci sorvegliano di nascosto. Entrano senza farsi sentire e chiudono la porta. Sei in trappola. Non puoi scappare e se lo fai ti minacciano di cacciarti dalla squadra e di consegnarti agli uomini del mullah Zabihullah per essere giudicata come traditrice. Chiunque avrebbe ceduto senza reagire. E Keramuddin non può proteggerci perché abusa anche lui. Si fa portare le ragazze nel suo ufficio. Terribile.. Già è cosi, continuava Marjàn. Khalìda sta cercando di contattare la signora Ghafari na non è facile. Lei potrebbe difenderci.. Non ci credo! Karìma era stupita. Ieri sera l’ho vista a ToloNews intervistata da Behesta Arghand, lei è una donna influente, parlavano proprio del suicidio di Amina.. incalzava nonostante Marjàn fissava altrove distratta. Ma pensi che sia stato provocato dalle violenze dei funzionari? Si. Rispose subito, tutt’altro che distratta. Ha preso il veleno nella borsa di suo padre. Conosceva le medicine, sapeva quali prendere, raccontava sempre che lui la rimproverava di non toccarle. Povera Amina, così carina com’era non passava inosservata. E tu Karì dovresti essere prudente! Sai che mi preoccupo.

L’esercizio consisteva nel tenersi in equilibrio appoggiando le braccia sulle spalle della compagna e con l’altro libero afferarsi le punte del piede sollevato da terra per tirarlo a se per decontrarre i muscoli. L’allenamento stava finendo. Stai attenta Karìma! Eh? Come? Mohammad il secondo allenatore ti ha messo gli occhi addosso. Ti avvicinerà al termine dell’allenamento e ti porterà in magazzino con la scusa di stringerti i tacchetti.. Khalìda avvicinava spesso le ragazze cercando di avvertirle senza dare nell’occhio. Era la loro capitana, e protettrice. Quanto tempo ancora sarebbe continuata questa persecuzione non sapeva dire, nessuno di loro poteva parlare per paura di ritorsioni. Lei voleva sacrificarsi, glielo doveva, per il significato che aveva l’ impegno delle sue compagne per le migliaia di donne afghane senza identità, meno fortunate di loro, senza vie di uscita. Anche se avrebbe significato per lei abbandonare la sua amata terra, per sempre. Aveva già preparato la fuga, era in contatto diretto con la segretaria di Allan Vad Nielsen, il capo della Hummel, la fabbrica danese che forniva il minimo indispensabile per continuare ad allenarsi, tute, scarpe, casacche.

Per me è arrivato il momento di volar via, si rivolse l’indomani alle sue compagne, seduta sul lettino dei massaggi, abbracciata proprio a Karìma. Si girò con gli occhi lucidi verso di lei, non ti dimenticherò.. le disse. Non dimenticherò nessuna di voi, guardandole negli occhi una ad una. Per me qui è troppo pericoloso, i miliziani mi stanno seguendo da giorni aspettando il momento giusto. Me ne vado in Danimarca, ieri mi ha chiamato l’ambasciata è tutto pronto per domattina, mentre voi sarete qui al campo mi porteranno al Khwaja Rawash di nascosto per imbarcarmi sul volo per Istànbul. Un lungo minuto di silenzio interrotto da singhiozzi mal trattenuti. Faremo pulizia ve lo prometto! Ci libereremo di loro! Finchè saremo unite combatteremo! E io continuerò a farlo perchè il mio spirito sarà sempre qui con voi! Non mollate ashzawàn.. sorelle mie! Si abbracciavano tutte attorno al lettino, per l’ultima volta. Tashakor ashzawàn, grazie.

Wakil Kohsar / Agence France-Press – Getty Images

Buttate via tutto! Gettate le vostre magliette, le casacche, le scarpe, fate sparire tutto ciò che possa svelare ai Talìb che siete sportive.. La voce gracchiava dall’altoparlante minuscolo del telefono cellulare Nokia mezzo scassato appoggiato sul tavolo. Khalìda parlava con affanno, mangiandosi qualche parola dalla fretta di avvisarle. Non la sentivano da allora, da quando si erano salutate. Ho paura per voi sorelle, continuava, state chiuse, copritevi! Sapete quanto ci tenevo alle nostre lotte, adesso però temo per voi. Le milizie parlano in tivvù dicono che non faranno rappresaglie, beh io non ci credo! Giuratemelo! Ora! Va bene Khalì, parlava Shabnam con voce triste, lei ora era il nuovo capitano. Clic, la comunicazione sparì un attimo dopo. Obbedire avrebbe significato rinnegare gli ultimi anni, le loro battaglie, la loro identità. Ma l’avrebbero fatto perché lei glielo stava chiedendo. Da domani tutto finirà.. No! Si girarono verso Karìma, seduta in fondo alla sala. Farò quanto dice ma non finirà. Vedrete, troveremo una soluzione. Io sto andando all’aeroporto, si decise a parlare anche Marjàn, venite con me. E’ troppo pericoloso uscire nelle strade adesso, la fermavano in coro, i miliziani ci troverebbero subito, stanno correndo tutti là, ci saranno posti di blocco ovunque. Alberto ci aiuterà ad arrivarci. Marjàn lo conosceva Alberto Cairo, funzionario della Croce Rossa, forse si frequentavano di nascosto. Era diventato il punto di riferimento per loro da qualche mese, usava la palestra del Ghazij per permettere ai disabili in carrozzina di giocare a basket, la sua grande passione. Sta preparando un furgone per portare i suoi ragazzi e farli evacuare dagli americani, potrebbe caricare anche noi. Chi ci sta? Dobbiamo fare in fretta!

Karìma non voleva andare, ma era una delle poche senza nessuno da cui scappare, o a cui chiedere il permesso, le altre avevano madri, padri, fratelli e sorelle e non volevano lasciarli proprio ora, nel momento peggiore. Appoggiava il piede sinistro sul gradino nel retro del pick-up Ford bianco tutto abbassato. Con lo stesso piede calciava le punizioni sotto lo sguardo esigente della “sorella”, la più esperta. Chissà quando avrebbe rivisto un pallone, pensava mentre si spingeva dentro con le braccia. Ancora qualche kilometro e sarebbe entrata nella rappresentazione più vicina all’inferno che sia mai esistita sulla faccia della terra, la zona degli imbarchi internazionali dell’aeroporto Hamijd Karzài. Un ultimo posto di blocco li separava dal cancello, c’era una sommossa in corso. Un gruppo di persone con pochi cenci al seguito stipati in sacche ricavate dai vestiti Kuchi ricamati dalle donne secondo la tradizione, tramandata da generazioni, da madre in figlia. Distratta, sconfitta, Karìma lanciava sguardi filtrati da lacrime che le offuscavano la vista. Ma una sacca Kuchi attirava la sua attenzione, verde perlata con maniche viola e rosse, era identica ad un vestito della povera mamma.. alzava appena lo sguardo verso chi reggeva i manici e.. quei baffi appuntiti, lo sguardo triste.. Ferma subito la macchina! Urlava con tutto il fiato che aveva. Odore di freni bruciati nella polvere, Karìma si lanciava dallo sportello e correva sotto lo sguardo stupito degli altri passeggeri per tanto coraggio. Sparì quasi subito dalla vista, soffocata dalla nuvola gialla di sabbia sollevata dalle gomme. La sua famiglia era rimasta tutta lì, solo lei e Karìm, stremato dopo il lungo viaggio a piedi seguendo il tracciato del fiume, l’unica strada senza pattuglie da Jalalabad. Il suo viso era ancora più scavato dalle rughe e dal dolore della perdita. Rivedere la figlia, ormai donna, valeva la sofferenza nell’arrivare fin lì. Non smetteva di abbracciarlo, dall’auto Alberto le gridava di risalire subito, lei si girava indietro verso il portellone. Era aperto, ancora per poco. Non sapeva che fare ora, abbassava lo sguardo verso il viso di Karìm e vedeva solo ora una macchia rossa sotto il braccio del padre. Và, figlia, non temere per me, salvati da tutto questo, io sarò felice, non soffrirò più tra poco, nelle mani di Allah. Non dire così.. Và prima che sia tardi! Mentre lo baciava sulla fronte, alcuni uomini vestiti di bianco con un simbolo rosso disegnato sul camice, tre linee orizzontali, avvolte da un cerchio, lo afferravano lasciandolo cadere nella barella appena arrivata, brava gente, angeli in un mondo di diavoli. Karìma era confusa e sopraffatta dall’orrore ma non avrebbe mai sprecato la sua vita fino all’ultimo istante. Lo prometto, te lo prometto, ve lo prometto.. sussurrava a se’ stessa mentre guardava il sole scomparire all’orizzonte ricurvo sopra le nuvole, a diecimila piedi. Finché non si addormentava dolcemente appoggiata all’oblò. Sembrava che la madre la accarezzasse sopra il velo nero, e lei bambina, si sentiva felice.

Kiana Hayeri / The New York Times

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Autore: andreasimcic

Un gran battito di cuore, i ragazzi che mi abbracciano, la compagna di viaggio da sempre e per sempre, #spaldamar da una vita, due passi in san romano

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