
Ci sono cose, parole, gesti, rumori, che ti identificano, da sempre. Con un cappellino ci sei nato a volte e ti appartiene talmente che non solo ti dimentichi di averlo, ma diventa una parte della tua fisionomia, come un naso grosso o un orecchio a punta. Si vede in controluce. Se non ce l’hai sù, gli altri non ti riconoscono. Mai.
Nel suo caso, c’era anche un’altra cosa che faceva parte di sè, oltre al cappellino da pescatore. La polisportiva ars et labor.
Quando mi portava alle partite faceva a volte delle cose che non capivo. Ad esempio, mi teneva davanti, un passo avanti a lui, dovevo stare sempre davanti alla sua pancia astronomica, mi metteva le sue manone sulle spalle e mi guidava come si fa col trenino, e faceva così solo quando si doveva passare dentro i sottopassi, nei corridoi degli stadi, in penombra, nei punti nascosti, dove potevano saltar fuori i malintenzionati. Odiava stare al buio. Stava di continuo negli stadi ovunque lo portasse il calendario, eppure non si fidava mai, anche se li conosceva ormai tutti come le sue tasche. E io non capivo.
Così come non capivo il perchè mettesse sempre quel cappellino ridicolo. Forse era un pescatore, da ragazzino. E da lì quella passione malata. Chissà, me lo sono sempre chiesto e mai mi è venuto di chiederlo a lui. Forse era un marinaio, forse gli piaceva navigare le onde. Di sicuro navigava, spesso nella burrasca, e aveva quella passione malata. Ma mai da solo.
Strano che laggiù, nel posto dove stava adesso, non avesse sempre qualcuno attorno. Garbini! Sempre sulla breccia! Gli dicevano, forse solo per compiacerlo e magari ti portava un biglietto gratis la prossima volta che ti vedeva. Ho sempre pensato che li stampasse di notte i biglietti di curva, nel retro del bar in Cittadella dove aveva stabilito convenzionalmente la sede del suo club e dove oltre alla stamperia – ne sono sicuro, era là nascosta in una doppia parete o dietro il segnapunti del biliardo – c’erano i suoi fedelissimi, annebbiati da qualche calicino, dal fumo di sigarette e dalla passione malata per la Spal.
Ora lui mi guarda con la sua espressione tonda. Non mi va di discutere, parlo per inerzia. Come se vederlo lì così dopo tanti anni fosse la cosa più normale.
Ma non vi passano le camice pulite nell’aldilà? No, mi rispose biascicando come era suo solito, non ce le passano e alora?! sa t’in frega.. E qui dai vivi? Ve le passano? Ai miei tempi non si stampavano così tante magliette come si fa adesso. Beh sentiamo, gli chiedo, e ti piacciono almeno? ..Mo..Si e no. Quanto odiavo quella risposta.
Non sei cambiato zio. E tu si invenzi! Varda lì! Ti’è biànc! E ti è màgar!
Qui seduti su due seggiolini a caso della curva ovest a guardare la veduta davanti sembrava uno stadio grandissimo. E i seggiolini, poi, sono proprio stretti cazzo, non me ne ero mai accorto! Silenzio vasto da contemplare.
Io non ci vengo più alla Spal, lo sapevi? Silenzio vasto e sordo. C’è stato come un clìc. Qua dentro. Mi tocco sul petto, anzi no sulla tempia..o era la pancia. Silenzio. Un clìc. E basta. Quando venivo qui non ero più io. Non mi riconoscevo. E non riconoscevo neanche gli altri. Chi c’era rimasto!.. Silenzio. Si lo so.. ti ho visto. Silenzio.
E adesso? Perchè sei qui?! Riprendeva. Io lo so perchè sono qui… Anche tutti gli altri che se la sono giocata con me a trionfo sui tavolini dello zàganèl ci sono. Sono rimasti tutti qui, anche dopo morti, io li vedo. Non si torna indietro. Non c’entrano le storie che si raccontano, tutte belle, tutte comode. Qui non c’è mai stato niente di bello e di comodo. Io in cinquant’anni avrò visto mille anni di serie c e dù o trì bòn al maśim..
Forse si può guarire dalla malattia. Tutto qui gli dico. Più semplice del previsto. Il significato che mi si è dato fin da quando mi portavi tu mi bastava. Era potente, poteva anche smuovermi. Anche io ho timbrato il mio cartellino perchè sentivo che lo dovevo fare, che era giusto farlo. Qui dentro c’era quel significato. Poi non so, avrò stimolato gli anticorpi. Il veleno non mi fa più effetto. Caffè forte dopo una brutta sbornia. Resta la nausea.
Ecco, forse io sono qui perchè ti dovevo dire questo e niente di più. E perchè un posto in questo seggiolino del cazzo me lo sono anche meritato e penso proprio che alla fine ci troverai anche me seduto qui sopra, un giorno, finalmente comodo.