Il vecchio e il bambino

Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera … (cit.), ehm bello come inizio ma mi sembra di averlo già sentito da qualche parte.
Le strade del centro cittadino erano avvolte da mille particelle di umidità, quella nebbia strana che avvolge le città di pianura nella discesa verso il delta del grande fiume. Il vecchio teneva la mano del bambino, ma forse era il contrario, dalle finestre dei palazzi grigi luci offensive uscivano da schemi piatti e illuminavano la sera appena iniziata.

I due passarono lentamente oltre il cartello che indicava il quartiere Giardino, anche se non esisteva nessun filo d’erba a garantirne il nomen omen. Trascinando i piedi l’uno, rimbalzando l’altro, raggiunsero alla loro sinistra un grande palazzo di vetro, tutto lustrini e luci colorate. La città pareva disabitata, ma da quel piccolo grattacielo in miniatura uscivano note stonate di canzoni sintetiche, luci fastidiose e lampi abbaglianti blu e bianchi.
“Vedi bimbo, quel grande palazzo di vetro? Una volta tanti anni fa, al suo posto c’era un campo sportivo, un luogo magico, dove ci si andava a santificare le feste, un po’ come a messa”
“Si lo conosco quel palazzo, la mamma mi porta spesso, ci sono tanti negozi di giochi video, di telefoni e luci, è un bel posto”
“No, una volta era molto meglio, i giochi non erano in video, i giochi erano veri e colorati. Quello era il campo sportivo della S.P.A.L. il nostro sogno e la nostra passione”
“Cos’era questa Spal, una agenzia di viaggi nella macchina del tempo?”
“No bimbo mio, era la nostra squadra, cento e passa anni di dignità, aggregazione e anima, quel gioco che qualcuno pensava fosse in vendita, quel gioco che alcuni pensavano si potesse comprare”
“Sai nonno che non ti capisco, dici il soccer, quello che se sei bravo, ma alle volte anche se non lo sei guadagni un sacco di soldi, che si gioca in quelle enormi palestre e da casa le persone col telefono o il computer decidono chi è stato il migliore in campo. A me piacerebbe diventare un giocatore di soccer, poter giocare nell’Etrusca o nella Longobarda, o nella Juventus alpina, sai quelle cinque squadre italiane che giocano la super liga. Sarebbe forte.”
“No bimbo quello che dico io era un’altra cosa, si chiamava calcio e noi lo giocavamo nei cortili, nelle strade, nelle piazze. Rincorrevamo qualunque cosa rotolasse. E poi, la domenica con il nostro abbonamento di cartone entravamo in quello che per noi era il tempio e impazzivamo per i nostri eroi che vestivano una casacchina con le righe strette bianche e azzurre e avevano il numero rosso cucito sulla schiena. Io sognavo di diventare il capitano di quella squadra, che per noi era la poesia. Mi ricordo di averci giocato due volte il quel campo sportivo e se ora ci sediamo su quella panchina, credo di potere sentire ancora il rumore delle mie Benazzia a sei tacchetti mentre risalivo il tunnel che dagli spogliatoio arrivava fino al tappeto verde di quella meraviglia di stadio intitolato al commendator Paolo Mazza.”
“Che mondo strano deve essere stato il tuo. Ma erano tante queste squadre? E i bambini giocavano col pallone, non avevate paura di farvi male o di cadere?”
“No bimbo, noi non avevamo paura di niente quando rincorrevamo un pallone. Quando entravamo il quello stadio ci sentivamo parte di qualcosa di più grande di noi.”
“Non credo di avere ben capito. E quando è stato che tutto quel mondo è sparito?”
“E’ stato quando l’arroganza di pochi avventurieri ha cominciato a drogare di soldi e incompetenza le squadre di provincia, pensando che il soccer, football americano, arabo o di qualche fondo di investimento fosse più importante della storia e della passione. Ma ora bimbo lasciami sedere, perchè al solo pensare a quel mondo mi manca il fiato e mi si bagnano gli occhi.”
“Va bene nonno, sediamoci. Ma alla fine cos’era per voi questa Spal?”
“Era la speranza di riscatto di una intera comunità, nata sfortunata in mezzo alla palude, alle zanzare e alla nebbia. Era il folle amore nostro.”
“Però, deve essere stata forte questa squadra…”
“No, non lo era. Ma era la nostra speranza.”

Lascia un commento