Dal Cinquecentoseiesimo anello

Qualche giorno fa ero alla pinacoteca nazionale di Bologna per la mostra su Guido Reni e la favola di Atalanta e Ippomene. Ero partito carico pensando fosse un documentario su un fantomatico mister degli anni ’80 che aveva portato la squadra bergamasca a vincere contro una compagine greca in coppa UEFA.

E, invece, qualcuno dice per fortuna, ho una compagna storica dell’arte che tenta invano di erudirmi sulle scuole pittoriche del cinquecento e altre bellezze artistiche sparse per l’Italia. Vabbè. Così, passeggiando assorto tra le centinaia di opere dello storico palazzo , in mezzo alle storie romanzate di dame, re, putti, cortigiani, poeti e cavalieri sono rimasto ammaliato da una sguardo. A mezz’altezza , su una parete ornata di orribili intrecci granata che sembrava la maglia della reggiana. Un quadro, di cui ovviamente non ricordo né titolo né autore, ospitava una figura, probabilmente un frate, che ha attirato subito la mia attenzione. In posizione quasi ieratica, teneva inclinata la testa direzionando gli occhi al cielo in un’espressione rivelatrice. Sembrava di sentire il sospiro che aveva preceduto di pochi istanti quell’ antico fermo immagine , mentre faceva evaporare una mistura fatta di delusione, sconforto e disillusione. Si sarebbe potuta udire, forse, un’invocazione alla madonna, stretta tra i denti di quel mezzo sorriso livido. Un ghigno ancestrale che testimoniava la consapevolezza amara di essere parte ineluttabile di quel destino che imperversava avverso e lo turbava. Ma, al contempo, mi sembrava di scorgere quella fierezza nel volto di chi sa di esser destinato alla lotta a guardia di una fede, per custodire il patrimonio prezioso di una identità. E allora mi sono immaginato che quel frate-llo fosse uno di noi e che probabilmente anche lui stesse scancherando da qualche anno dal cinquecentoseiesimo anello. Me ne uscii così canticchiando , senza farmi sentire , che poi mi avrebbero buttato fuori a calci. “Frate è qua’, e canta con gli ultra’”

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