Ventitrè

Image Credits: Lo Spallino

Ventitré aprile. Inutile prepararsi a certe giornate, semplicemente impossibile. Tanto più dedichi tempo a pensare a tutto ciò che può succedere, tanto meno sarai pronto ad affrontare quanto ti si para davanti, per lo più inatteso. «Lo dicevo che dovevi pensarci il giusto» amava ripetere Federico detto Prinz ogni volta che incontrava l’amico fuori per una birra veloce all’Undicesimo dopo il lavoro. Soprattutto avvicinandosi al ventitré. Per Giorgio invece non c’era mai stato davvero nulla così semplice nella vita, o almeno nulla che non fosse accaduto dopo attenta ed accurata preparazione. Forse anche per questa sua atavica preoccupazione era chiamato da chi lo conosceva «semplicemente» Zòrz, perché così si chiamano a Ferrara coloro che si trovano a portare questo nome, chi più chi meno meritatamente, il nome del Santo Protettore della città. Così, forse anche per sfotterlo un po’, Zòrz, perché in pochissimi pensavano effettivamente che fosse degno del nome del Santo. Anche se manco a dirlo, nonostante la tremenda timidezza dimostrata fin dall’adolescenza, era riuscito a conquistare grandi traguardi nella sua vita ed ormai alla soglia dei quaranta, sposato ormai da undici si godeva quanto più possibile i suoi due figli radiosi per i quali gioire come ad un goal della sua amata S.p.a.l. Per lui era una vera e propria tortura quel ventitré. «La fai facile tu» – riprendeva sempre quando incontrava Fede – «sei sempre stato più bravo a dare il giusto peso alle cose, fin dall’Università, come diavolo facevi ad essere sempre pronto agli esami? eh?» «Ma smettila un po’, ormai ci rinuncio con te» lo rimproverava sempre con un po’ di gusto. Eppure nemmeno a Prinz mancavano i pensieri in quel periodo, la seconda figlia in arrivo, il mutuo per la casa più grande, la vita che chiedeva sempre il conto prima di concedere qualcosa.

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La leonessa di Khorasàn

Ataf Qadri / Associated Press

Rotolava. Sembrava quasi incredibile, ma rotolava. Certo prendeva delle traiettorie impreviste degne dei palloni super performanti di oggi, uno di quegli aggeggi infernali che stanno allontanando il “fùtball” come lo chiamiamo noi, dal calcio come lo conoscono tutti gli altri. E non pensate al manto verde falciato di fresco o ai campi patinati degli spot in televisione. Qui, su quel che rimaneva del vecchio giardino dietro la capanna dove viveva Karìma coi suoi tre fratelli minori e suo padre, si potevano giusto distinguere le pozze salmastre dal sentiero leggero, definito ormai solo da qualche sasso rimasto lì lungo i bordi, giù qualche metro fino al muro di cinta, fatto di argilla e pietra scavata dal vicino monte Noshakh. Lei si ostinava a prenderla a calci quella palla, malconcia e sberciata com’era, ma era la sua palla, barattata dal padre al mercato di Jalalabad in cambio delle uniche due capre in salute rimaste, le si era affezionata come ad un feticcio pieno di ricordi, anzi, la amava. Come amava il suo Paese. Gli ricordava la sua palla, stremato, consumato in ogni singolo atomo di dignità, svilito di ogni risorsa naturale ed umana, sgocciolante sangue misto a lacrime se lo guardavi contro la luce del tramonto sul letto ormai quasi asciutto del fiume che scorre lento e piatto dalla capitale fino a tracciare una rotta improbabile verso il Pakistan.

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Giallo, nero e rosso in SudTribune

777, settore B. Da quasi cinquant’anni ormai questa sigla era la sua casa. Almeno tutte le volte che il Ballspiel-Verein Borussia 1909 giocava in quel mostro di cemento armato e acciaio forgiato nei cantieri metallurgici della Westfalia, altiforni giganti e temperature indefinibili, la cosa più simile all’inferno sulla terra. Le persone da queste parti ne andavano fiere, dicevano che in quei forni si forgiavano anche le braccia e lo spirito degli abitanti dei territori crudi del nord,  giallo come le fiamme dell’acciaio fuso, nero della pece e della fuliggine ormai cristallizzata nei volti dei tifosi-operai della SüdTribune.

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Voto la Spal

Giorgio esce di casa. In un solo gesto c’è tutto l’eroismo di un piccolo grande uomo normale in una domenica quasi normale di gennaio. Si vota. Del resto lui non può sottrarsi al suo dovere. Ieri alle tre del pomeriggio si giocava il “suo” derby al Paolo Mazza, lui non poteva sottrarsi. Domenica mattina, 26 gennaio 2020. Giornata uggiosa, perfetta per musicarla con note melanconiche, ma lui non era Sergio Endrigo e quelli non erano gli Anni Settanta. Peccato. Mentre camminava sornione sul marciapiede della strada verso la piazzetta della scuola gli pulsavano le tempie, troppi pensieri, troppi anche per la dose di paracetamolo che aveva trangugiato appena sveglio, assieme ad un sorso di caffè con qualche biscotto secco. E non poteva essere altrimenti. Il cerchio alla testa post-derby lo affliggeva come la più antica forma di stress post-traumatico. Non poteva sottrarsi.

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Angèl Rùiz, l’angelo della Doce

Foto di Stu Forster, 2011, Getty Images

A guardar bene da dietro la tenda di lino di santa crùz sempre tirata a coprire tutta la finestra che dava a est, sulla Boca, il quartiere più indipendente di Buenos Aires, i raggi di sole ormai al tramonto rendevano le acque torbide del Riachuelo quasi magiche, scintillanti di sfumature sui toni del rosso e del viola. Angèl?! cachorrito! gridava dalla cucina la voce stridula dell’anziana signora che si prendeva cura di lui da quando oltre un anno fa’ – maledetta primavera del 1977 – i suoi genitori, entrambi, erano spariti senza lasciare traccia in quella stessa luce del tramonto, all’uscita dalla funzione del rosario alla vecchia Parroquia y colegio San Pedro, a due isolati da lì.

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Caro Babbo Natale (un anno dopo)

Caro Babbo Natale,

quest’anno a Natale portami sull’isola che non c’è… e non dirmi anche tu che non esiste ti prego. Vorrei andare lontano, volare via anche solo per un minuto. Lo so che non dovrei intasare la tua posta con messaggi così, che dovrei lasciare ai bambini le lettere coi loro desideri, molto più concreti dei miei probabilmente (e più meritati).

What a wonderful world, Eva Cassidy. Live at Blues Alley, 1996.

Lo so che la maturità si porta tante cose con se’ tanti pesi e responsabilità… so tutto, non importa che mi fai la predica. Lo confesso, ho sbirciato la letterina che ti ha scritto mio figlio l’anno scorso e sono convinto che saprebbe cavarsela perfettamente mentre io sarò sull’isola. Allora? Mi ci porti??

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Le Roi est mort, vive le Roi!

Le Roi est mort vive le Roi – Enigma , 1996.
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Credits: lospallino.com

Passeggiava nervosamente su e giù dalla sua area tecnica. A vederlo così sembrava un leone in gabbia. E dire che l’Olimpico gli offriva generosamente spazio, la panchina era lontanissima dall’erba, poteva scorrazzare libero come un dingo tra le praterie dell’outback. Ma gli sembrava un fazzoletto minuscolo in quei momenti. La sua squadra, i suoi ragazzi, o meglio i pochi di loro che erano in grado di giocare e non infermi da qualche patologia muscolare di varia natura, stavano al solito retrocedendo fino a ridosso della loro area. Troppo timidi maledizione.

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Cos’è il tuo Club per te?

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Google search. Pagina bianca. Il cursore appare e scompare, più volte. Le dita sulla tastiera, gli occhi puntati su quella linea intermittente. Minuti eterni. Riflesso involontario. Il dito indice si muove e clicca qualcosa, anche l’altro lo segue. Liverpool. Il suggeritore appare in un istante, liverpool barcelona è il primo suggerimento. Gilbert se ne frega dei suggerimenti e clicca invio. Con la coda dell’occhio vede se entra qualcuno nella specie di ufficio che si ritrova. Nessuno. Immancabile lo sbuffo misto di delusione e rabbia per quel buco fetido dopo oltre dieci anni di onorato servizio alla JJ Smith Machinery Limited e pensare che tutti gli amici, Jasper in testa, quando era stato assunto nella più grande azienda del Southdene, l’avevano festeggiato quasi come al quarto gol di Divock la sera prima. Well done Gibb! Era il suo nome di battaglia quando varcava il cancello di Anfield. Paisley Gate. The Kop.

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Karma sudore e champagne

  Karma Police – Radiohead – Ok Computer (1997)

Le prime luci del crepuscolo si infiltravano già tra le aperture del vecchio caro corridoio tanto che il giallo della pittura assomigliava quasi ad un arancione molto olandese mentre il blu da sempre compagno fedele del giallo negli stemmi delle squadre di Verona sembrava un violetto nostalgico.

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Il Bologna che tremare il mondo fà

Lucio Dalla, Piazza Grande, 1972, RCA

Il derby si avvicina di nuovo e Giorgio sente sempre più forte il richiamo del drago.

La sigaretta accesa ormai da alcuni minuti stava bruciando quel che rimaneva delle foglie tritate di tabacco Pueblo, lasciando oltre alla sottile linea di fumo soltanto un mozzicone ricurvo di braci. Sembra la parabola innocua dei nostri corner… bisbiglia con un ghigno sul volto tirato. Ormai le montagne di atti da finire sulla scrivania lo guardavano da vette sempre più alte per la gioia del suo capo che non gli avrebbe mai pagato un minuto di straordinario in più già lo sapeva. Tanto valeva gustarsi quelle pause, sempre più rare e fugaci in questo inizio d’anno come del resto le sue apparizioni nel letto coniugale per non parlare del resto. Come se non bastasse, le feste si erano dimostrate efficaci solo sul suo girovita, con buona dose di psicosi detox soprattutto per la sua panza che gli impediva ormai la visuale della bilancia al mattino tanto da obbligarlo a sporgersi in avanti con lo stesso imbarazzo del vicino curioso del piano di sopra mentre spia giù dal balcone la coinquilina quando esce in mutande. Continua a leggere “Il Bologna che tremare il mondo fà”