Manifesto

aldamàr – m. sing., sostantivo di uso comune nel gergo dialettale ferrarese indicante il luogo dedicato alla raccolta dell’antico concime per campi composto da sterco e paglia, da cui l’offesa “aldamàr senza paja”; est. usato per indicare ciò che ha le più umili origini ma riserva le più efficaci proprietà nascoste; pers. colui che nel senso generale è associato a caratteristiche note all’opportunista senza scrupoli, a colui che tenta le imprese più rischiose ed effimere senza preoccuparsi di alcuna convenzione o galateo.

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Francesco De Gregori, La leva calcistica del 1968, 1982 (Titanic)

Lì, sopra quella nuda terra, quei campetti dove oltre alla polvere rimbalzava di solito un pallone, magari mezzo rotto, con le toppe, ne abbiamo calpestati tanti, a tutte le età e sappiamo bene quali sono le regole del gioco, nessuna regola, solo cuore, fiato nei polmoni, sudore, gambe, sempre scorticate, e sangue. Di quei campetti di periferia ne esistono sempre meno, nelle nostre città, negli oratori, quelle colate famigerate di cemento, bastava uno spiazzo, gli zaini per le porte, si facevano le squadre, e via. L’unico, incontrastato vincitore, l’amore per il gioco, il calcio a quel pallone. Tra loro, pochi, noi, voi, hanno ancora davanti agli occhi quei prati, i campi un po’ sbarbati l’erba lunga o il fango, senza mezze misure, dove si sono innamorati per la prima (e forse unica?) volta di quel pallone, di quei volti ruvidi, i baffoni e i capelli fonati nelle figurine panini dei calciatori che ci scambiavamo a merenda, di quelle righine sottili verticali, sembravano un po’ i ritratti stilizzati dei nostri esili corpi di ragazzini al campo, colorate di azzurro cielo, che assieme al bianco formavano la coppia perfetta, la maglia perfetta, della squadra della nostra città.

Eravamo affiatati, nella provincia ci stavamo bene, dai nostri genitori sempre così impegnati e indaffarati a guadagnarsi il pane abbiamo imparato che si può crescere vivendo con dignità, chi poco chi tanto non importa, ciò che importa erano le mura della nostra città, un po’ medievale un po’ rinascimentale ma capace di accoglierci tutti, lì ai margini della pianura nebbiosa e afosa che abbiamo imparato ad amare, ricambiati, giorno dopo giorno. Ed abbiamo imparato a parlare a queste mura, le ascoltiamo mentre camminiamo sui ciottoli sotto al savonarola, o sotto le volte delle viuzze del centro storico, tra i soliti locali e le biciclette che sfrecciano sul corso, o mentre sfioriamo con una mano il leone del duomo  – quello più rosa! – e lui sornione ci parla dal suo piedistallo, e ci racconta le sue storie, ci fa apprezzare il significato della “ferraresità” genuina. E noi gli abbiamo promesso di raccontarle, a modo nostro, quelle storie.

E vogliamo essere contadini nel nostro raccontare, amalgamare sapientemente la paglia con lo sterco – quello buono però! – per fertilizzare con il nostro concime questa terra ormai arida, dove non vediamo più ciò che ci tirava fuori casa sui campetti e ci lasciava a macerare a fuoco lento sotto la canicola a correre dietro al pallone, con buona pace di nostra madre là fuori a sgolarsi.

La vera essenza di SPALDAMAR è qui: abbiamo imparato ad amare anche dove c’era merda!

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“Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.”

Fabrizio De Andrè