Angèl Rùiz, l’angelo della Doce

Foto di Stu Forster, 2011, Getty Images

A guardar bene da dietro la tenda di lino di santa crùz sempre tirata a coprire tutta la finestra che dava a est, sulla Boca, il quartiere più indipendente di Buenos Aires, i raggi di sole ormai al tramonto rendevano le acque torbide del Riachuelo quasi magiche, scintillanti di sfumature sui toni del rosso e del viola. Angèl?! cachorrito! gridava dalla cucina la voce stridula dell’anziana signora che si prendeva cura di lui da quando oltre un anno fa’ – maledetta primavera del 1977 – i suoi genitori, entrambi, erano spariti senza lasciare traccia in quella stessa luce del tramonto, all’uscita dalla funzione del rosario alla vecchia Parroquia y colegio San Pedro, a due isolati da lì.

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Chi non canta guzza la Befana. Ninna nanna ninna o’.

Non sono riuscito a togliermi la maglietta della Ovest dopo la partita. Doppie calze via, anche la tuta e la felpa e perfino il magone. Ma la maglietta no. Dopo il 90esimo, sulla mia pelle ha fatto un paio di kilometri a piedi fino in centro, la Fra e le bimbe dalla giostrina, il tram fino a casa, un puzzle, la cena e poi il divano. C’è la Bella e la Bestia in TV, mentre in chat ci chiediamo se Kurtic ha salutato, se Mattioli ha parlato e se il Gos ha bevuto.

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Caro Babbo Natale (un anno dopo)

Caro Babbo Natale,

quest’anno a Natale portami sull’isola che non c’è… e non dirmi anche tu che non esiste ti prego. Vorrei andare lontano, volare via anche solo per un minuto. Lo so che non dovrei intasare la tua posta con messaggi così, che dovrei lasciare ai bambini le lettere coi loro desideri, molto più concreti dei miei probabilmente (e più meritati).

What a wonderful world, Eva Cassidy. Live at Blues Alley, 1996.

Lo so che la maturità si porta tante cose con se’ tanti pesi e responsabilità… so tutto, non importa che mi fai la predica. Lo confesso, ho sbirciato la letterina che ti ha scritto mio figlio l’anno scorso e sono convinto che saprebbe cavarsela perfettamente mentre io sarò sull’isola. Allora? Mi ci porti??

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Grazie papà.

Suona il telefono. Guardo, mentre infilo una forchettatta di spaghetti in gola all’Isy: Papà. “Ciao dove sei? sono alle Mura c’e’ la partita”. Evito il soffocamento della secondogenita e penso come cazzo è difficile dirsi le cose. “ciao vieni a vedere la partita con me? Sono già qui e ti tengo il posto”.

Questo è il vero messaggio che vorrebbe recapitare il padre al figlio. Non me lo dice, ma ho già capito. Faccio in tempo a dirgli che sto aspettando la Fra che sta tornando da dove è lui con spesa e regali prima che la linea di comunicazione venga presa d’assalto dalle due implacabili signorine. Sono le 20 e 12 minuti, la conversazione degenera e non si capisce più niente. Sembra l’area della Spal quando 40 minuti dopo verrà squarciata dal tiro di Rincon.

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Le Roi est mort, vive le Roi!

Le Roi est mort vive le Roi – Enigma , 1996.
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Credits: lospallino.com

Passeggiava nervosamente su e giù dalla sua area tecnica. A vederlo così sembrava un leone in gabbia. E dire che l’Olimpico gli offriva generosamente spazio, la panchina era lontanissima dall’erba, poteva scorrazzare libero come un dingo tra le praterie dell’outback. Ma gli sembrava un fazzoletto minuscolo in quei momenti. La sua squadra, i suoi ragazzi, o meglio i pochi di loro che erano in grado di giocare e non infermi da qualche patologia muscolare di varia natura, stavano al solito retrocedendo fino a ridosso della loro area. Troppo timidi maledizione.

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Il giornalismo ferrarese in stile Tafazzi

Perché gli organi di informazione a Ferrara remano contro la propria squadra?

Dopo la partita interna con il Brescia una serie di articoli mi hanno fatto pensare all’autolesionismo tipico della mitologica figura di Tafazzi, personaggio masochista di Mai Dire Gol che si randellava gli zebedei con una bottiglia senza motivo apparente.

La pietra dello scandalo è stato l’apprendere che alla fine della partita la squadra era stata subissata da fischi assordanti di tutto lo stadio….Come scusa????? Già, l’ho dovuto leggere, perché dal mio solito posto in Curva Ovest, a parte qualche mugugno legittimo e qualche fischio isolato, avevo sentito applausi e cori per sostenere i ragazzi. E neanche dagli altri settori si sono sentiti questi fantomatici fischi assordanti. Solo qualche facinoroso tra cui il gentiluomo che ha pensato bene di mettersi ad insultare il Mister dalla gradinata.

E allora perché scrivere falsità e dare più spazio a quell’imbarazzante siparietto che alle riflessioni costruttive? Qual è l’obiettivo? Ci ho riflettuto a lungo ma non riesco proprio a capire. Continua a leggere “Il giornalismo ferrarese in stile Tafazzi”

Perché ne vale la pena.

Entro in casa come sempre con seicento cose in mano. Faccio in tempo ad appoggiare tre zaini due sporte una cassa d’acqua una molletta ed un cerchietto mentre intravedo la Fra e le bimbe sul divano semi incoscenti. Sembrano Tomovic Vicari e Igor che aspettano l’inzuccata di Caprari. Viro a sinistra e con un dribbling alla Franchezza carico in rapida sequenza due salme su tre e le deposito nei rispettivi letti. Rubo al volo un po’ di frutta secca e finisco il tè di non so chi mentre mi accascio al 98imo al centro del divano. Guardo la sciarpa caduta sul parquet dell’ingresso in posizione fetale e dico vaffanculo.

Dicono che non c’è più tempo. Sentiamo tutto il peso di quello che ci manca e che non abbiamo ancora raggiunto. Il gol, i tre punti, la quota salvezza; ma anche la telefonata al tipo stronzo che ci sta vendendo la casa, la scadenza di lavoro che rimandi da settimane, la giustificazione al pensiero stravolto per una moglie e mamma che troppo presto hai saputo non ci sarà più. È stato il nostro lunedì sera. E ora è un po’ più buio, e fa un po’ più freddo, così ci rannicchiamo dove possiamo, come quella sciarpa, per cercare conforto.

E lo trovo. Oltre il novantesimo. È stampato su quella sciarpa. È il DNA biancoazzurro, è una melodia che ti culla. È la reazione psicosociale a ciò che non puoi controllare, è l’istinto di sopravvivenza. In quello spazio-tempo tutto è possibile, anche una zuccata che ti manda per terra, ma non è mai finita. Alzi gli occhi umidi e la bocca impolverata e scopri che non sei mai solo.

E riprendi a combattere e a sognare. Insieme. Perché ne vale la pena.

Tuo per sempre

Tua per sempre – Elisa – Diari Aperti, 2018

Amore mio ti aspetto sempre

E mai un’attesa è stata vana

Del resto non mi importa niente

Se questa notte ancora chiama

Se serve per sfiorarci ancora

Nessun rimpianto dura una vita intera.

Siamo entrati presto come sempre, per prendere possesso delle nostre mattonelle. Quinta fila superiore, oltre il passante centrale che taglia la ovest, leggermente spostati verso la gradinata. È il nostro posto, da sempre, come l’angolo del letto in cui ci rannicchiamo per sentirci a posto e stare bene ogni notte. Passano i minuti, e le birre, fino a quando ci siamo tutti, famiglia Spaldamar al gran completo questa sera, rassicurati dalle presenze di Caio, sopra, con il suo harem a coprirci le spalle e dei ragazzi di Bondeno sotto, che senza di loro è come quando la coperta è corta e ti si scoprono i piedi .

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Sì ma….

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“Centro di gravità permanente“, 1981 F. Battiato

Dedicato ai sì ma….

hofinitolacartaigienicaelazzarinonc’e’piu’_e’giàsettembreeberishasie’infortunato_cisonolecimicimagiocafelipe?_inizialascuolaelevacanzesonofinite_hofinitoisoldieanchevagnati_hobucatolabigaeigornone’unterzino_cisonoiballoonsilmotogpglispaccinielepanchine_lagazzettalanuovatelestenseilcarlinoeanchelospallino_miocugginounavoltamihadettocheretrocederemo_anchelaparrucchierachee’amicadellapedicuredellaziadimissiroli_nonsosevengomapoivengo_manoncanto_edopofacciol’ape_eviscrivo

Il pessimista è uno che se può scegliere tra due mali, li prende entrambi“, Oscar Wilde.

Per tutti gli altri, anche dal secondo anello,

CARICA CARICA CARICA!!!

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