
Rotolava. Sembrava quasi incredibile, ma rotolava. Certo prendeva delle traiettorie impreviste degne dei palloni super performanti di oggi, uno di quegli aggeggi infernali che stanno allontanando il “fùtball” come lo chiamiamo noi, dal calcio come lo conoscono tutti gli altri. E non pensate al manto verde falciato di fresco o ai campi patinati degli spot in televisione. Qui, su quel che rimaneva del vecchio giardino dietro la capanna dove viveva Karìma coi suoi tre fratelli minori e suo padre, si potevano giusto distinguere le pozze salmastre dal sentiero leggero, definito ormai solo da qualche sasso rimasto lì lungo i bordi, giù qualche metro fino al muro di cinta, fatto di argilla e pietra scavata dal vicino monte Noshakh. Lei si ostinava a prenderla a calci quella palla, malconcia e sberciata com’era, ma era la sua palla, barattata dal padre al mercato di Jalalabad in cambio delle uniche due capre in salute rimaste, le si era affezionata come ad un feticcio pieno di ricordi, anzi, la amava. Come amava il suo Paese. Gli ricordava la sua palla, stremato, consumato in ogni singolo atomo di dignità, svilito di ogni risorsa naturale ed umana, sgocciolante sangue misto a lacrime se lo guardavi contro la luce del tramonto sul letto ormai quasi asciutto del fiume che scorre lento e piatto dalla capitale fino a tracciare una rotta improbabile verso il Pakistan.
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